Corri e non resterai mai senzafiato!
C'è tanta solitudine in quell'oro. La luna delle notti non è la luna che vide il primo Adamo. I lunghi secoli della veglia umana l'hanno colmata di antico pianto. Guardala. E' il tuo specchio. (J.L.Borges)

chi sono?
"...Ella non sorrideva; ma sembrava che s'appoggiasse su ogni parola come per comunicare a ciascuna il suo proprio peso, il peso della sua potenza e della sua imperfezione e di tutto l'ignoto ch'ella portava dentro." (Thanks to A. Sperelli!)

odio...
La stupidità omnia in ogni manifestazione umana!

...e amo
I libri e l'odore della carta. Il profumo dell'aria. I colori del mondo. La bellezza nascosta.

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lunedì, 12 maggio 2008

E’ finita Clov, ormai abbiamo finito e io non ho più bisogno di te. Ti ringrazio Clov. Allora non c’è più ragione che le cose cambino. Vecchio finale di partita persa, finito di perdere.

Visto che si gioca così?...giochiamola così…e non parliamo più! Tu resterai con me!

Non ti darò più nulla da mangiare; anzi te ne darò quel tanto che basta per impedirti di morire. Avrai fame sempre. Ti darò un biscotto al giorno. Pace alle nostre chiappe.

Non t’è mai venuta, mentre dormivo, la curiosità di togliermi gli occhiali e guardare i miei occhi?

Ho portato avanti la mia storia, domandami dove sono arrivato sai… mi sento un po’ vuoto. Lo sforzo creativo prolungato.

“Quel giorno ricordo faceva un freddo straordinariamente intenso, il termometro segnava zero, c’era un sole veramente splendido, l’eliometro segnava cinquanta, c’era un vento sferzante, l’anemometro segnava cento. Quel giorno ricordo, faceva un tempo incredibilmente asciutto, l’igrometro segnava zero. L’ideale per i miei reumatismi. Ma che cosa sperate? Che cada ancora della manna dal cielo per degli imbecilli come voi? Qui da me, stando bene attenti, potrete morire di morte naturale, coi piedi all’asciutto. Poveri morti…e la vita continua. Tutti quelli che avrei potuto aiutare. Salvare! Ma riflettete, ormai siete al mondo non ‘è più rimedio. Andatevene e amatevi. Leccatevi l’uno con l’altro. Levatevi dai piedi tornate alle vostre orge…”

Fuori di qui è la morte, senza di me niente padre, senza Hamm niente Home.

Un giorno sarai cieco. Sarai seduto in qualche luogo, un piccolo pieno perduto nel vuoto, per sempre, nel buio. Come me. Si un giorno saprai cosa vuol dire, sarai come me solo che tu non avrai nessuno, perchè tu non avrai avuto pietà di nessuno e non ci sarà più nessuno di cui avere pietà.

La natura ci ha dimenticati. E allora che sia finita, che salti in aria…anzi sai cosa devi fare, và a sterminarlo! Non mi vuoi bene, una volta mi volevi bene, ti ho fatto forse soffrire troppo? Vieni, vieni a darmi un bacio. Perdonami!

Basta, è ora di farla finita e tuttavia esito, esito a…a farla finita. La fine è nel principio, eppure continua. Potrei forse continuare la mia storia , finirla e cominciarne un'altra.

 

 

 

 

 


lunedì, 03 marzo 2008

-Qualcuno aspetta lei, ma lei non arriva.-

Il pavimento di mattonelle quadrate e bianche. Le pareti verde salvia della sala d’attesa quadrata. Sulla parete di fronte alla porta, una fila di sette orribili sediolini in acciaio e fodere ruvide color grigio antracite. Intorno a me due uomini vivono la mia stessa attesa rimanendo totalmente immobili a fissare ebeti il nulla, un altro cammina avanti e indietro con fare nervoso, vari parenti entrano ed escono portandosi dietro l’odore di fumo delle sigarette fumate per ingannare l’ansia.

Mi siedo, gli stiletti delle mie decolletes nere lucide scandiscono il tempo, mi guardo le unghie laccate in rosso corallo mentre gioco con l’orlo della gonna in taffettà di seta per ingannare l’attesa. Passo a tormentare un ricciolo che mi cade sulla fronte, allungo un braccio sul tavolino alla mia sinistra e raccatto un opuscolo rosa che mi ragguaglia sull’amniocentesi.

La parete di fronte si apre in un rettangolo di un metro per due, con un vetro spesso davanti ad una tenda bianca che fisso come a volerci guardare attraverso. Li dietro c’è Sara, la mia forte e adorata Sara che sta mettendo al mondo la nostra Marisol. La vedo in braccio a me, i suoi occhioni che immagino riempirsi di stupore mentre ascolta le mie favole mentre Sara le canta una musica dolce.

La tenda si muove, i tre futuri papà si voltano verso il vetro e corrono ad accogliere i loro bambini in mezzo a loro ci sono anche io, unica femmina, dietro di noi una folla di parenti che avverto solo come presenze fastidiose, mosche che mi ronzano intorno e che scaccio dai miei pensieri. Il cuore mi si ferma per qualche battito, la bocca si spalanca, le mie sinapsi si spengono.

Una donna mostra un fagottino, penso che è la mia Ludovica. Tutti noi guardiamo l’infermiera con sguardi frementi, lei mi cerca con gli occhi, mi individua tra gli uomini e mi dice:

 “Complimenti signora Medeiros, pesa tre chili e sei, gode di ottima salute ed è uno splendido maschietto!”.


lunedì, 25 febbraio 2008

Week end trascorso.
Interrompo per un attimo gli scritti su Sarah kane.
Bologna come sempre mi accoglie con una materna e deflagrante bellezza che quasi mi commuovono. Lo spettacolo di Piazza Maggiore avvolta dal sole annebbiato della domenica mattina mi strappa sempre un sorrido, un tonfo al cuore e una lacrima. Questa è una delle tante mie dichiarazioni d'amore a questa splendida città-femmina. In effetti il mio rapporto con Bologna e con la gente e le strade e gli odori è sensuale, viscerale.
Lei è la mia amante, con lei mi confido, lei come tutte le amanti, conosce di me ogni angolo, ogni recesso della mente, con lei ho dormito dopo notti furiose di sensi, ho dormito dopo sere di estenunati e molli dolcezze, ho dormito dopo giorni di inferno chiamandola come rifugio.
E in più...ho passato un week end a scrivere, carta, penna, mignoli con le sbavature di inchiostro a testimoniare le 11 ore ufficiali e le 7 in più, spese per imprimere immagini ed emozioni alle parole. Devo ringraziare un piccolo uomo sardo che ha scelto di condividere con noi personcine comuni e insignificanti,  il suo talento. E ringraziare anche un grosso uomo bolognese per aver deciso di condividere con noi personcine comuni, il suo grande intuito.

PERSONAGGIO: Nella descrizione del personaggio, bisogna far sì che emergano gli elemnti fondamentali della biografia e del carattere tali da permettere al lettore di maneggiarli come fossero pezzi di un puzzle, da unire e da cui scostarsi per poterlo osservare e capirne l'identità.

"Finalmente sono pronti i disegni preparatori che tanta fatica porteranno a queste ossa; alle mie dita, alla mia schiena e al mio collo sempre piegato a guardar lassù. Tanto sfinimento porteranno al mio animo. Tanti attacchi apporterà alla mia pazienza quel presuntuoso d'una Papa, tale sol per carica e non certo per divin dono.
Probabilmente è questo che pensa lisciandosi la pelle del volto su cui affiora una giovane barba. Pelle liscia di volto accarezzata da una mano rugosa e tozza di artigiano vero, da uomo che l'arte la scopre dal marmo e la fa affiorare dagli intonaci delle pareti dei palazzi.
Uno sguardo alle bozze, uno sguardo ed un sorriso ai rotoli di carta affastelati in un angolo, ai mozziconi di lapis sparsi sul pavimento e alla polvere nera di carboncino mescolata al rosso della sanguigna che gli aleggia attorno.
Rendere nello spazio di una volta il concetto di pietà, giustizia, temporalità e perdono non è un affar semplice per chi è solo un uomo. Se poi ha tra le sue mani soltanto polvere colorata, acqua e pennelli ed una piccola squadra di uomini come lui, il compito si fa ancor più gravoso.
Da domani inizierà ad intagliare le sinopie sull'intonaco fresco di cui gli giunge ancora l'odore umido, da domani si dedicherà come un fanciullo nelle braccia della madre, a quelle due dita che si congiungono.
Adesso però può spegnere la candela, stendere le sue membra e far riposare i suoi preziosi occhi e la sua mente."

...Guardatelo...chi altri avrebbe potuto essere se non...


giovedì, 06 dicembre 2007

Mi chiamo Eva e ho 15 anni. Mi chiamo Eva e vivo in un paese dove tutti pensano che nessuno si preoccupi del domani. Mi chiamo Eva e vivo in un paese dove nessuno si preoccupa del domani, semplicemente per evitare che questo pensiero li obblighi a prendere in mano un coltello arrugginito per tagliere le gole di tutti i componenti della sua famiglia, per pietà. Mi chiamo Eva e ho 15, da quando ho spirato il primo vagito conosco una cosa che poi ho imparato chiamarsi FAME. Ogni mattina mi sveglio, la mia sveglia è il rumore delle gocce d’acqua sul tetto di lamiera, acqua che va a raccogliere la polvere e la trascina giù in strada, dove si mischia agli odori di manioca bollita e cade a toccare una terra nera di sporco, di guano animale, di rifiuti, bucce marce di banane e piscio. Ogni mattina mi sveglio e attraverso un pezzo di specchio rotto che riflette i contorni di una carnagione ambrata, due labbra carnose che, seppur rosee di adolescente, si piegano a smorfia di adulto nato vecchio. Spalle sottili e braccia dalle giunture ossute. Dalla cassa toracica quella mezzaluna di specchio rimanda l'immagine di due seni una volta acerbi ora già palpati, già gonfi dai morsi di denti di squalo di terra. Occhi neri…no, occhi vuoti con pupille di un colore marrone mattone, un marrone che si brucia come argilla al sole.

Mi chiamo Eva ho 15 anni e anche stamattina, come ogni mattina, mi sono svegliata e davanti ad un pezzo rotto di specchio mi sono dovuta svestire degli stracci rimasti della bambina e mi sono vestita di cipria, di piume di struzzo, di paillette e di ciabatte, che tanto i tacchi non servono. Perchè il mercato richiede carne, non importa il genere e non importa che sia cotta o cruda, che sia verde di putrescenza o rossa di sangue, serve carne da dare in pasto a chi può comprarla e mangiarne.

Mi chiamo Eva e una volta un signore ha pagato per la mia carne anche se non era più di prima qualità, ma mi è servito a comprare altra carne che poi è andata ad arrotondare un po’ gli spigoli delle mie ossa.

Cammino con il sole che sorge a ingrigire il mio cielo di lamiera dei tetti di questo quartiere. Il sole persino si prende gioco di me, perchè oltre il muro, dove le foreste giardino dei miei compratori si chiudono per serrarli al sicuro, li il sole è splendente.

Mi chiamo Eva e a 15 anni sono una prostituta inutile, non più bambina buona per le ludibriche mani dei pederasti e non ancora donna burrosa in cui poveri giovani possono affondare per sperimentare ogni loro perversione.

Cammino avanti e  indietro sul mio pezzo di strada e guardo senza edere le facce sogghignanti dei compratori che squadrano noi tranci di maiale appesi a grondare il sangue e pronti per essere comprati.

Si ferma dopo un’ora che passeggio sugli stessi identici centimetri di marciapiede. Abbassa il finestrino, non parlo, non serve. Ascolto il prezzo che in mente si trasforma in due fettine di carne di maiale di seconda scelta, un cartoccio di farina di mais e 4 banane. Salgo sul sedile anteriore e la mano tozza, ispida di peli di vecchio si avvinghia subito alla carne sopra il mio ginocchio sinistro.

In pochi minuti l’auto si perde nei vicoli e scendiamo. Le sue labbra dicono qualcosa ma io non sento più nulla se non le richieste sessuali e le direttive meccaniche.

Ho voglia di ficcartelo nel culo piccola mezza femmina troia…”

Salgo le scale di un vecchio palazzo dove l’odore di calcinacci umidi, di sperma, sudore, sangue e alcool è quasi afferrabile. Le mani di qualcuno mi strizzano la carne del sedere e io penso solo che stasera mangerò carne di me,carne di maiale un po’ andata a male. Mentre la porta si chiude mi giro verso il mio benefattore quotidiano e mi imbatto nel suo pene nodoso e già spurgante sperma liquido. Lo metto in bocca e muovo la testa ritmicamente mentre con la lingua reprimo il vomito acido che sale fino alla bocca dell’esofago.

“No… stronzetta non te la cavi così a buon prezzo, ora la smetti di leccarmelo come una gatta e te lo fai mettere li nel buchino...e mentre tu urli di dolore io urlerò di piacere e ti verrò nel culo riempiendoti finché ne ho….”

Come bambola di pezza mi sento sollevare per aria, sarò forse un quarto del peso del mio benefattore. Mi fruga tra le cosce a cercare il pube e lo trova senza difficoltà di biancheria. Mi sento una marionetta che viene appesa ai suoi fili di ferro quando il grosso e putrido pene del mio benefattore mi devasta la carne.

Il dolore prima era inesistente…ma ora, ora lo sento che mi sale come un esercito di formiche gigantia solleticare le viscere, le formiche camminano e lasciano dietro di loro una scia di fuoco. Il dolore è un incendio che morde famelico la mia carne, tenera ancora dei ricordi di una bambina che non sono mai stata. Stringo i muscoli sfinterici ed è una fitta lancinante, il dolore è sempre più prepotente e sento il sangue che scorre da dentro il mio stomaco e mi bagna le gambe. Il mio benefattore non sente le mie urla mute e soffocate. Non ho mai visto nulla ma adesso tutto si fa nero…lui dietro di me si approfonda come radice di edera  con forza e rabbia e crudeltà. Esce sangue nero non rosso, si forma una piccola pozza ai miei piedi, la guardo estasiata. Ha un odore pungente, sembra sangue mestruale ma è sangue di budella violate, nero con riflessi viola e sa di ferro…e poi comincia a cadere un liquido denso biancastro…il mio benefattore ha goduto, le mie budella possono cedere. Lui toglie il suo pene che si sgonfia…

“Eh...ti è piaciuto…vecchia putt…mah…cosa…diavolo…!”

L’ultima cosa che vedo è il sangue che da pantano si fa stagno e poi lago, l’ultima cosa che annuso è l’odore di sperma, ferro, merda, organi deflagrati…l’ultima cosa che assaggio è una goccia di lacrima che ha raccolto per strada il sudore della paura, del dolore e della morte…

Mi chiamavo Eva, avevo 15 anni e vivevo in una baracca della favela a nord di San Paolo. Mi chiamavo Eva e sono morta impalata dal pene avvizzito di un vecchio Italiano onorato patriarca di una benestante famiglia di industriali. Mi chiamavo Eva e avevo 15 anni quando ho deciso che due fettine di carne di maiale valevano più della mia quotidiana vita.

Mi chiamo Eva e sinceramente di essere morta pichi minuti fa, non me frega nulla, tanto ero già morta da tempo e tanto la vita in una favela non vale più di due fettine di carne di maiale!


lunedì, 11 giugno 2007

"E' una notte afosa, l'aria è ferma, pesa, la luce sopra la mia testa si infrange sulla finestra e mi fa vedere molecole biatomiche di ossigeno che portano appiccicate granelli di polvere e caldo. E' agosoto in  questa città deserta di montagna, vivo la mia ordinaria follia quotidiana qui, tra queste strade ora deserte, emblame dello sfacelo cui si assiste nel centro di un'isola turistica in alta montagna. Qui mi sono trascinata un anno fa per caso e ora mi sono intrappolata in una gabbietta di cristallo ricca di fregi delicatamente liberty e di bui angoli terrifici. Mi cullo nella vestaglia di seta perchè sotto quello strato di fili intrecciati, il mio corpo è nudo e la mia pelle trasuda umidità intrisa di profumo di mirra...e aspiro la mia sigaretta piano e senza fretta nè gusto, solo per vedere il fumo che compie i suoi viaggi immaginifici.

La strada è deserta e le lancette dell'orologio che mi scende sul polso fanno un suono che mi frantuma la membrana dei timpani, è insopportabile e io mi illudo di essere come Virginia Wolf e mi intrappolo in quella splendida istantanea di Man Ray. Le emozioni ormai le ho cristallizzate da almeno dieci anni e i testimoni sono gli uomini che prima di questo, hanno lasciato i loro umori sulle lenzuola del mio letto a baldacchino. Falene che hanno succhiato il mio nettare bevendolo dalla mia più preziosa coppa. Troppe labbra l'hanno insozzata ma non importa perchè col tempo ho imparato a dar loro solo l'illusione di bere anima e nettare ma inrealtà bevevano soltanto rabbia regalandomi fuggevoli attimi di noioso e routinario piacere...un fremito mio e un qualche sussurro e tutto finiva in fretta.

E' una vita ordinaria quella che guardo stanotte attraverso il fetore dell'aria notturna umida di agosto. Lui si gira nel letto russando leggermente, se fossi una stoica porrei fine a questa sofferenza che il resto degli uomini chiamano vita. Ma lo stoicismo è morto insieme agli eroi e io non ho alcuna sembianza o sentimento eroico. Gli eroi sanno piangere e disperarsi io sono solo una patetica contessa miseria che cerca di nascondere ,con abiti retrò e fili di perle e un eloquio forbito e ostruito su una mezza vacuità culturale, la sua inutile quotidianità.

...inizia ad albeggiare l'amarezza si fa fiele nelle mie viscere, mi schiodo con violenza dai miei vaneggiamenti e torno al mio ruolo di meretrice intellettuale...mi avvicino all'illustre sconosciuto di stanotte e lo sveglio con una per me disgustosa fellatio...e lo faccio anche bene, con cura, uso la lingua e le labbra con mastria di consumata puttana, smetto solo quando sento il suo liquido seminale caldo che mi insozza la bocca, mentre lui finisce di sospirare ancora mezzo addormentato.

Mi alzo con la saliva che mi cola da un lato delle labbra, mi guardo allo specchio on disprezzo...sputo quei bambini abortiti tra i miei denti e poi il disprezzo, la noia, l'indifferenza di me...due dita in gola e un pugno nello stomaco fa salire su tutto questo insieme ai resti della cena...

E' guardo la mia vita che finisce nel lavandino con sadismo e una punta di autocelebrazione. In fondo...è pur sempre una vita!"

prof


mercoledì, 11 aprile 2007

La morte concettuale

“Spesso gli esperimenti servono a saggiare lo sperimentatore più che il soggetto da sperimentare!”

Questo è stato il motto letto per caso un giorno che, annoiata come sempre, perfettamente impieghettata nel suo tilleur gessato dal taglio sartoriale, con gli occhiali d’acciaio che aiutavano le sue pupille stanche, ritornava dall’ennesimo convegno di genetica molecolare su un treno regionale in cui aleggiava come sempre quel persistente fetore di spugna vecchia in sedili dalla tappezzeria nuova. Quelle due scarne righe l’hanno spinta a diventare topo nella gabbia di Skinner. Una donna quasi che si impedisce di diventare donna sul serio per il solo gusto di saggiare la sua forza autodistruttrice. Anna trent’anni ancora lontani per un paio di anni anagrafici e gli ottanta presenti e già pesanti fardello di  pezzi di vita che si trascina appresso. Anna intelligente e promettente ricercatrice che rompe la noia quotidiana rendendo noia quel che il comune senso del pudore reputa orribile.

Una casa arredata con gusto che custodisce le spoglie della depravazione senza vergognarsi di fingere che tutto sia normale.

Anna rientra a casa dopo una giornata di lavoro, otto ore passate ad analizzare piastre di colture per vedere se qualcuna delle cellule tumorali che coltiva in quei magnifici aggeggi chiamati incubatori. Cellule impazzite che crescono ammonticchiate e senza organizzazione, si montano come capre in preda ad incontrollabili istinti orgiastici, senza forma e col solo scopo di espandersi, di succhiare vita da chi la vita da loro.

Anna ha guardato per otto lunghissime e immobili ore l’evolversi di quella piccola e terrificante terza guerra mondiale, l’emblema del futuro, della finale evoluzione della società, riprodotta in quella Petri di vetro sotto il suo microscopio.

Le ha curate, le ha transfettate per offrire loro nutrimento necessario ad esercitare sempre maggiore perfido spirito prevaricatore, ha eliminato i morti sul campo perchè non levassero spazio vitale alle più forti. Poi le ha messe al caldo umido dell’incubatore a trentasette gradi e a continuao a scrivere il suo pezzo sul computer. Dopo ore di autoipnotico ticchettio delle sue unghie perfettamente limate sui tasti un po’ consunti e sporchi di giornate passate a picchiarli con forza, Anna si alza e si sfila il camice, estrae un pacchettino dal frigo, un piccolo pacchettino di cartone ruvido e candido, un piccolo volume che racchiude un intento terribile e agli occhi dei più, inspiegabile. Anna ha vissuto, s’è laureata con il massimo dei voti in biotecnologie mediche, è emigrata a Boston per svolgere il suo strapagato dottorato di ricerca in una prestigiosa struttura, tutto per impedire ai protagonisti di quelle mille piccole terze guerre mondiali che si combattono nel suo incubatore, di uccidere le vite misere di piccoli uomini che ogni giorno si scannano per pochi minuti di celebrità o per attimi di illusione di ricchezza.

Anna in quel pacchettino trasposta il suo privato esperimento, perchè lei che combatte la paura della morte di un mondo già morto vuole saggiare la sua morte, viverla attimo dopo attimo, sentirne i lancinanti dolori sconfinare in orgasmi di piacere.

Alla luce fioca della lampada di carta di riso, quella che ha istigato, accompagnato e covato un centinaio di amplessi maschili autoreferenziali cui lei ha donato una bella recita, un piccolo e sugoso orifizio da usare come oggetto di giochi e nulla più, sotto quella lampada adesso Anna apre quel pacchettino.

Una siringa da 0,1 ml e una piccola happendorf di plastica con dentro incolore liquido biancastro. Con un deciso schiocco di dita Anna osserva scendere nella colonnina di soluzione fisiologica salina un piccolo pallocchetto bianco, una pallina di DNA amplificato e portatore di informazioni di guerra. Quel messaggio malefico che ha accuratamente estratto dalle sue piccole cellule killer , nate a loro volta da un frullato di adenocarcinoma broncogeno congelato a -80°C.

Nessuna smorfia, nessun rumore, nemmeno un piccolo nervo sfugge al controllo cerebrale, Anna ha i nervi perfettamente elastici capaci di resistere a qualsiasi tensione interna.

Vuole vedere cosa è la morte e allora con gesti consueti e consumati di quotidiano, tira su la soluzione salina e vede il pallocchetto mefitico entrare nella siringa, poi come se fosse acqua zuccherata, si inietta tutto nella vena del braccio  destro, perchè tanto cervello è mancino.

Solo ora si distende Anna, si abbandona ad osservare il paesaggio cittadino dalla sua finestra, quello spaccato di miseria umana. Anna immagina ora gli acidi nucleici iniettati che attaccano quelli sani delle sue cellule, sente al solo pensiero delle guerre atomiche e mortali che si è iniettata, un profondo desiderio erotico. Immagina la morte che le sta nascendo dentro e che la sta invadendo e immagina come questa si renderà manifesta alla fauna umana e a lei e nel pensare questo si masturba godendo di un privato e soddisfacente orgasmo.

Paga si addormenta con un sorriso sulle labbra e sogna di quelle cellule che stanno soccombendo sotto i messaggi tarati e malati di quel piccolo pallocchetto, che come seme di follia, sta innestando nel suo corpo sano e perfetto di giovane ricercatrice quasi trentenne.

 


mercoledì, 07 febbraio 2007

Scritto non per fare polemica, Scritto ascoltando "La buona novella" una sera che la lontananza volevo affogarla non nel solito rito ma in qualcosa che mi permettesse di ricordare...

 

Maria 20 anni, Israeliana e occhi marroni, corpo reso esile da guaine imposte dal Tempio.  Sessualità ignota ma conscia di esistere,che le scalpita sotto i lacci delle guaine di nylon rigido. Poi l’università, la vita fuori casa, una città multicolore, casa nuova, inquilini nuovi e la febbre della libertà. Maria, un corpo pieno di curve, libero di mostrare la pelle che si scurisce quando dal seno sconfina in capezzolo. Libero di mostrare la pelle che si trasparenta quando si distende sulla linea rotonda e candida dei fianchi. Il sole sorge e Maria, avvolta dal suo odore femmineo apre gli occhi e sorridente ricorda…

«Era stata sul divano tutto il tempo, aveva fatto finta di guardare la televisione ma alla fine aveva letto un fumetto, uno dei pochi numeri di Diabolik che avesse letto nella sua vita. Lui era uscito per la sua solita birra  e lei aveva rifiutato l’invito; il suo era un rito così maschile che la faceva sentire come intrusa anche solo esserne a conoscenza. Poi era rientrato, era diverso, le quattro solite Guinnes, che si scolava come acqua fresca, stavolta sembrava l'avessero come appannato…poi aveva visto con gioia che le aveva portato, a sorpresa, la sua adorata crema di wiskhy allungata con il Drambùié.

“Mio Dio grazie Giuseppe, ne avevo bisogno...sei un tesoro!”

 

Giuseppe 30 anni, Palestinese dalla cerne scura e dagli occhi colore del legno. Giuseppe tornato alla vita dopo anni passati a scalare montagne alla ricerca di Dio. Giuseppe che vive da studente anche se ha 30 anni. Giuseppe un corpo sodo, muscoloso, pelle che sa di selvatico, di bosco, di foglie secche e di matite. Un uomo che alla vita chiede solo emozione e odori. E Maria nel suo letto che sa sempre di più di pelle calda, chiude gli occhi e ricorda ancora… 

“Beh, alla nostra e…”

Aveva annusato l’aria, lui aveva un odore diverso, che si mescolava a quello dei mozziconi di sigarette stagnantio nel posacenere del salotto. Erano soli e non ci sarebbe stato nessuno in casa fino all'indomani. Era notte, sul divano Maria muoveva le dita a cambiare casualmente canale mentre la sua pelle si svegliava dal torpore. Lui si era seduto comodo ad osservarla con uno sguardo carezzevole e languido. Maria  gli aveva sorriso, lo aveva guardato prendere fiato e muovere le labbra per parlare..ma non lo ascoltava.

Tra loro non c'erano mai stati imbarazzi di sorta; forse perché si erano sempre ascoltati nei loro orgasmi attraverso le pareti. Era sempre stato un rapporto complice il loro, quando l'aveva visto in sala con Miriam mezza nuda seduta sulle gambe aveva sorriso e chiuso la porta.

Lei ascoltava e ogni volta provava ad immaginare come sarebbe stato fare l’amore con quel uomo, si immaginava nuda e distesa nel suo futon d'acero. D’altra parte anche lui l'aveva sentita, sapeva di Anna e sapeva anche che aveva tradito per Barabba.

Ieri sera l' aveva subito notato che c’era qualcosa di diverso dalle altre volte, c’era elettricità e il suo sorriso l'aveva quasi stregata, era riuscita solo a far vagare il suo sguardo dai suoi occhi alle sue labbra. Poi era sceso il silenzio ad avvicinarli impercettibilmente. Lei si era mossa per spostarsi su un lato del divano sapendo che un’uomo si scioglieva di desiderio mentre la guardava…e si era lasciata scivolare via il Plaid dal corpo, lentamente.

“Maria, ti imbarazza tanto se ti dico che ora ho voglia di …sentire il sapore che hai…”

Lei per un attimo aveva sentito un vuoto allo stomaco, sapeva di essere diventata purperea ma per fortuna la televisione emanava una luce troppo fioca per svelare il suo viso. Lui la desiderava, quell'uomo voleva fare l’amore con lei….si era voltata e guardandolo dritto negli occhi:

“No ...credo che sia naturale ...”

Lo aveva guardato mentre si alzava dalla poltrona e si sedeva accanto a lei, le cingeva le spalle e la sua faccia si avvicinava lenta, lenta e sicura. Non sapeva chi avesse iniziato ma aveva sentito la sua lingua che la cercava, la sua mano che si infilava come ladra furtiva sotto la felpa e la pelle del  collo sotto le dita calde di lui.

I baci erano diventati intensi quasi faticosi perchè troppo pieni di umori, le loro lingue si erano trovate e si torcevano, mentre con le mani iniziavano a scoprire com’era la trama della pelle che sempre avevano visto ma mai aveva toccato in modo così intimo.

Si era stesa sul divano e aveva sentito che la sua mano scendeva dal seno allo stomaco,  sul fianco e poi sul ventre, solo per un attimo e poi quei polpastrelli ruvidi avevano iniziato a cercare...

Lei aveva avuto voglia di strappargli la maglia,  accarezzarlo in ogni angolo ma il piacere delle sue dita che la scoprivano delicate le  avevano impedito ogni volontà e movimento.

L'aveva presa in braccio e senza tanti complimenti l'aveva portata in camera sua e adagiata sul letto. Questo era bastato a farla rinvenire dal deliquio, si era seduta sulle ginocchia e gli aveva stretto le mani dietro la schiena

“No … stai fermo…”

Lui aveva sorriso facendo un gesto di resa, le si era piantato di fronte  per invitarla. Gli aveva sfilato la maglietta e aveva iniziato a baciare la sua schiena dritta mentre con le mani gli carezzava il petto e gli solleticava i fianchi. Lo aveva sentito sospirare e aveva deciso di sposare la calma. Erano di nuovo faccia a faccia, gli si era seduta cavalcioni per baciargli e farsi baciare collo i contorni degli zigomi, le palpebre e le orecchie. Aveva assaggiato la pelle dei fianchi, il contorno dei muscoli addominali. Aveva sentito che lui fremeva mentre gli sfilava i pantaloni e insieme i boxer... Gli aveva accarezzato con la punta delle dita l’interno della coscia, mentre lui la guardava e respirava profondamente. Era arrivata  all’inguine, poi si era fermata un istante per alzare la testa,voleva che lui vedesse…

“Maria basta, devo sentirmi dentro di te, ti voglio sentire addosso…”

Lei aveva continuato ad assaggiare il suo sapore e lui aveva perso la pazienza e finalmente gli era apparso sul volto quello sguardo fiero. Era quel che voleva; sentire la sua forza. L’aveva presa e stesa con impeto sui cuscini, le aveva sfilato via con lenta delicatezza la biancheria di seta e le si era avvicinato per abbracciarla con i fianchi

Lentamente lei lo aveva avvolto col suo odore, lo aveva guardato chiudere i suoi occhi e aveva sentito che respirava lentamente e a fatica.

“Ok, basta…..!”

Si era avvicinato e poi aveva sentito la sua carne entrare in lei. Era rimasto li fermo per un istante dilatato e  infinito e denso come spazio vuoto, lui l’aveva tenuta stretta per i fianchi per non farla muovere. Si era alzata sulle ginocchia e girando la testa aveva iniziato a baciarlo senza tregua. Poi lui si era mosso lento e profondo. Il piacere era forte da levarle il respiro, aveva sentito che anche lui respirava a fatica e aveva avuto voglia di guardarlo mentre si beava delle carezze dei suoi fianchi. Potevano muoversi tutti e due liberamente, lei cercava di accelerare il ritmo dei movimenti verso i fianchi stretti di lui che invece li rallentava. Aveva sentito il calore che le si scioglieva dal ventre alle gambe, stava per perdere il controllo e lo guardava...perchè era così bello che non poteva fare altro. Lui aveva sorriso e poi spinse forte le sue carni dentro di lei una, due, tre…lei aveva perso la cognizione del mondo. Era diventata solo un corpo che si fa lava densa, trema e ansima e sente che la sua metà fatta uomo ne è felice. Lo aveva sentito dall’odore di legno fradicio che ora aveva la sua pelle. Dopo qualche secondo Giuseppe si era steso su di lei e aveva sospirato beato come un bambino. Le aveva baciato il collo e nell’attendere che il cuore tornasse a battere normale si era appoggiato sul gomito per guardare lei e il suo corpo

“Maria….”

Aveva visto il suo  imbarazzo, non era pentito, ma non sapeva che dire, come spiegare quello che era successo. Maria si era alzata.

“Giuseppe…buonanotte…a domani!”

Lo aveva baciato sulle labbra per sentire ancora quel sapore di brandy, aveva raccolto le sue cose ed era andata in camera. Rimase a letto sveglia finche non vide  spegnersi la luce, allora si girò verso il muro e lasciò che il sonno le chiudesse le palpebre. »

 

Adesso e giorno e Maria dagli occhi marroni si alza felice dal letto…ignara ancora del segreto che nasconde da ieri il suo ventre… E dopo nove mesi, in una piccola casa al confine tra Israele e Palestina nascerà un bambino, figlio di una notte surreale in cui Maria e Giuseppe si sono incontrati…e lo chiameranno Gesù!

 


giovedì, 25 gennaio 2007

"Dormono dormono sulla collina..."

Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

Antologia di Hell Glass River di Luna Senzafiato.

"Cadono cadono pezzi di vita!"

Dove se n'è andato Alessandro spilungone che mi tormentava quando in prima elementare ero la scolara perfetta, diligente e paffuta. Dov'è Daniele amico diventato orfano quando non doveva. Dove sono Luigi e Giovanni uil primo fu incompreso e drogato amore l'altro galeotto della madre e poi della Patria E cosa ne sarà di Massimo che mi insegnò un infantile amore fatto di nomi proibiti nei giardini di una scuola cattolica.

"Cadono cadono pezzi di vita, cadono rotolano pezzi di vita!"

Dove sono Valentina e Romina scolare indisciplinate, una ballerina e rossa di capelli, l'altra stupida e tanto bellina! E Melita oggi madre e sposata dopo una laurea alla Luiss... e Gabry consumata dal mio stesso male. E Claudia che fuggì innamorata della sua bellezza fu riportata sempre uguale in quello stesso palmo di terra!

 "Cadono cadono pezzi di vita, cadono rotolano pezzi di vita!"

Dove sono i grandi figli del liceo che si fregiarono di titoli accademici con cimiteri di lauree sulla schiena. Dove sono i sognatori che partirono per sconfiggere il perbenismo, per una signora libertà per un amore troppo infantile per essere vero. Hanno rispedito a casa i loro titoli affrancati e tutti decorati perchè sembrassero  veri!

"Cadono cadono pezzi di vita! Cadono cadono pezzi di vita!"

Dov'è Luna la fanciulla che fu sorpresa dai suoi 25 anni e con gli amici avrebbe ancora giocato. Lei che offrì una mano alla gente, il cuore ad un uomo e i sorrisi alla vita, agli amici e alla gente di strada. Lei sì sembra di sentirla parlare ancora dei ricordi, vissuti in strada sui banchi delle osterie e sulle poltrone delle case. Sembra  sentirla ancora ridere e poi voltarsi allos pecchio e dire al mercante di marionette,

"Tu che fai tutto per finta ti credi poi tanto migliore?"


mercoledì, 17 gennaio 2007

Ascoltando dei sospiri di Lady Chatterly in radio…io racconto…scritto in ricordo di qualcosa che fu, che per ora non è e che forse non tornerà mai!

 

 

Uscire da quella stanza senza voltarsi indietro anche se tutto ti risucchia con una forza cui opporsi è doloroso. Quell’ uomo ti lega a doppio laccio con fili di ferro che stridono mentre tagliano le tue carni. E fuoriesce il tuo sangue caldo.

Le lacrime si addensano ai lati degli occhi tristi ma non escono copiose in liberatorio torrente. No piangere non si può, mai ma ora ancora meno. La lacrima si fa sale e il sale cade su quella feita e la brucia fino ad annebbiare anche i recettori, non senti dolore. Poi il sale diventa pietra e la pietrasi sostituisce al tuo cuore.

L’amore è un sentimento egoista, ci hai creduto alla storia delle metà perfette e credevi che quella che ora ti stiletta le pupille con aghi acuminati e sottilissimi, fosse l’altra faccia della luna che sei. Invece no…non è vero. E te l’aveva anche detto che non ci credeva, ma come sempre hai pensato che il tuo sarebbe bastato a rendere pulsante anche la pietra che lui aveva nel petto.

Perchè uno che Mallors, un bifolco inglese mezzo scozzese, guardiacaccia privo di poesia aveva saputo cedere al corpo di donna, a quei fianchi morbidi e già allora fuori moda…e invece lui no. Ogni centimetro che del tuo corpo gli hai donato l’hai donato impacchettandolo solo di te, del tuo odore un po’ atavico e così forte dopo l’estasi. Tutto, corpo, pelle, organi, cuore, anima,tempo,sogni, speranze, progetti,vizi,virtù...

”NO!”

Ecco cosa è bastato…e tutto il racconto è sfumato, finito non come la storia di Connie ma come quella di Silvya, guardi da quella finestra enorme sul fiume martoriato dal cemento. Cammini e lo risali fino a quella cascata, dove mesi il tuo guardiacaccia ti aveva portato per farti incantare dal profumo del pane appena sfornato e da quelle stelle e nel buio aveva pronunciato il suo sortilegio.

Adesso sei sola con tutto il tuo corpo fuori da te, con tutti i tuoi umori incastrati tra i denti di quell’orco e guardi inerme lo spettro che fu. Ormai non si maschera più di bello ma lascia vedere la sua faccia da perfida serpe incantatrice.

Un fiato di gelido vento porta sulla pelle la tua paura…ma la tua delusione ti fa da macigno.

“…stupida Conie…quello era un romanzo e la vita vissuta è tutta diversa!”

Silenzio che solidifica il magma della tua delusione, ricordi ancora il passato di ignorante felice e lo rileggi da savia, doloroso ma serve, serve a cementificare sempre di più quel liquido denso come pece che ti ingabbia lo stomaco.

“Fanculo!”

Poi sali sul parapetto, pensi che l’acqua sarà fredda ma che sarà anche solo un momento di gelo per cancellare quel peso che ti sta schiacciando. Salti…e l’acqua inzuppa i vestiti e punge la pelle e pizzica i muscoli e assopisce i nervi e schiaffeggia quel feto, e mangia ogni centimetro di vita lasciando il nulla dietro di se.

Mallors è morto, lady Chatterly è morta e il loro amore fatto carne è morto con loro, tra le acque di un fiume gelato di primavera, dal sapore romantico di una Marinella moderna. Perchè se l’amore è egoista lo è anche  l’amor proprio e alle volte il dolore si cancella solo con la cancellazione della vita cui si è aggrappato.


lunedì, 08 gennaio 2007

Caro Babbo Natale quest’anno volevo chiederti la Play Station 3….

 

E’ questo che un bambino di 9 anni il pomeriggio del 23 dicembre dovrebbe chiedere, a meno che non conosca la fame e la miseria per cui si ritrovi a chiedere solo un po’ del vile denaro di sostentamento.

Luca no!

Luca non è un bambino del terzo mondo, ma lui e Babbo Natale lo sanno bene che il terzo mondo non è soltanto l’Africa, lo sanno che il terzo mondo è ovunque, e se noi tutti fossimo meno ciechi forse riusciremmo a vederlo anche noi.

Occhi marroni grandi come la paura che qualcuno gli ha tatuato a fuoco, marchiato come una vacca da pascolo, immolato come vitello su un’ara di chissà quale Dio. Non ci credeva affatto a Babbo Natale Luca, era stato preso e trapiantato nel mondo degli adulti a soli 7 anni.

Una volta ci aveva creduto davvero a quell’omone barbuto e vestito di rosso, credeva che fosse buono, che portasse pacchetti lucenti di carte colorate e fiocchetti, pieni di giocattoli, i soldatini di piombo per il suo fortino che gli Apache incalzavano, una pista dove far correre la sua collezione di macchinine, un orsacchiotto bianco da abbracciare nelle notti di fulmini e temporale.

“…che Luca è ormai un ometto e non piange mica quando fuori c’è il temporale! Vero Luca?”

“Si mamma! Sono coraggioso come Picaciù!”

Luca chiude gli occhi e gli pare di sentire l’odore del panettone caldo di forno. E’ un bambino ma sa cos’è l’amarezza del ricordo di qualcosa che non sarà mai più, che nemmeno Babbo Natale o Gesù bambino potranno far tornare ad essere.

A pensarci a quel sapore di biscotti all’arancia e cannella, gli viene da piangere, nessuno li sapeva fare bene come la sua mamma e ora in Istituto non gli era concesso nemmeno una fetta di panettone.

Prima il Natale a casa sua, se lo ricorda, era bello. Si ricorda che il giorno di Natale si alzava per andare a vedere i regali sotto l’albero e per vedere se nella mangiatoia era apparso per miracolo il bambino Gesù. Poi arrivava la mamma con la sua vestaglia azzurra e gli portava il vassoio col latte caldo col Nesquik e la sua fetta di panettone caldo, morbido dall’uvetta profumata. Poi insieme staccavano qualche biscotto dai rami dell’albero e li inzuppavano nel latte.

Poi arrivavano nonna Fernanda e nonno Mario con altri regali. Che lui non capiva perchè Babbo Natale li portasse dai nonni invece che tutti da lui, ma tanto non importava, alla fine erano tutti per lui lo stesso.

Dopo un po’ arrivavano anche gli zii e le cuginette. Strane che erano, erano sempre tristi, allora non capiva perchè. Avevano paura del loro papà, ogni volta che le accarezzava loro scappavano e l’ultimo anno avevano iniziato a scappare anche dal suo di padre. E quanto si arrabbiò Luca quel Natale, si ricorda di aver urlato alle due bambine che il suo papà era buono e voleva solo dare loro un bacino.

“Guardate…papà dammi il bacino a me che loro sono brutte e cattive!”

Quelli erano stati i Natali felici. La tombola al pomeriggio, dove lui vinceva sempre e si giocava non coi soldi ma con caramelle, cioccolatini e torroncini. Alla sera era stanco e si ricorda solo che andava a letto con il suo pigiama preferito rosso con i Pokemon sopra e abbracciato al suo orsacchiotto aspettava, guardando felice tutti i giocattoli che aveva ricevuto, che la mamma venisse a rimboccargli le coperte.

Poi un 23 dicembre era cambiato tutto, da quel Natale in poi i suoi ricordi di innocente non avevano più nulla. Ricorda solo che stava finendo di scrivere la sua solita letterina a Babbo Natale e ricorda un odore strano, non suo, come di formaggio andato a male. Ricorda che la mattina del 25 quell’anno non si era alzato ma era rimasto sotto le coperte, con la testa coperta, ricorda che voleva soffocare mentre fissava senza guardare, perchè lui proprio non riusciva a capire.

Aveva sentito qualcuno alzarsi ma non aveva avuto il coraggio di alzarsi. Dopo un po’ aveva visto la vestaglia azzurra della mamma entrare nella sua cameretta, sedersi accanto a lui e accarezzarlo.

Luca però aveva taciuto, aveva solo guardato la sua mamma con quegli occhi ormai quasi vuoti, pieni solo di paura e di domande e di dolore e di vergogna e in un angolo del suo cuore sentiva qualcosa che si agitava.

Non l’aveva riconosciuta subito, era la rabbia, ma l’anno successivo l’avrebbe scoperto, avrebbe trovato nel suo pacchetto luccicante solo una manciata di odio.

E poi ogni anno era stato uguale e dopo il primo anno la mamma aveva capito, non perchè Luca avesse ceduto, solo perchè aveva riconosciuto il suo sguardo, quello di bovini che entrano fiduciosi al macello ma che vengono sgozzati con taglio feroce proprio mentre iniziavano a crederci davvero alla favola della libertà.

Il suo secondo Natale da agnello lo aveva trascorso senza l’illusione di Babbo Natale ma solo con la certezza della vergogna senza colpa, accanto ad una mamma in vestaglia azzurra vestita solo di disperazione e di quello che anche lui avrebbe riconosciuto.

“Luca…amore mio. Non aver paura adesso ci pensa la mamma.”

Luca non aveva risposto, non aveva confessato né smentito, nemmeno dopo la terza vigilia di Natale. Aveva solo lasciato inermi le sue braccia, come un burattino cadavere, lasciando alla mamma il permesso di piangere e di stringerlo.

E alla fine  del 26 dicembre aveva visto entrare in casa sua due poliziotti, aveva visto suo padre e suo zio essere ammanettati e portati via mentre veniva estratto l’ultimo numero della tombola.

“Cinquantasette!”

Aveva fatto tombola Luca, ma il suo premio era stata una notte in un Istituto per minori, cui ne erano seguite altre duecentosettuno. Perchè per avere giustizia ci vuole tempo a questo mondo. Ed ora era all’ultima scena forse, forse dopo quest’ultima umiliazione sarebbe potuto tornare con la mamma a trascorrere il Natale insieme.

Non sono cose da bambino e invece lui pensa mentre aspetta seduto su quella panca di legno contro cui urtano le sue ossa. Tra poco lo chiameranno e lui dovrà assolvere al suo dovere.

“Luca Bernesca?...”

“Si! Eccomi.”

“E’ il tuo turno!”

Le persone si girano a guardarlo appena entra nell’aula. Sa che loro sanno quindi sanno che è sporco. Quanto gli costa tenere la testa alta e gli occhi marroni fissi su quell’uomo vestito di nero davanti a lui. Gli costa ma la mamma lo sa che è coraggioso e anche lui sa che non è coraggio il suo è solo rabbia, odio, paura e senso di colpa.

“Giura di dire la verità, soltanto la verità e nient’altro che la verità! Dica lo giuro!”

“Lo giuro!”

“Qual è il suo nome?”

“Mi chiamo Luca Bernesca e ho 9 anni!”

“Si limiti a rispondere alle mie domande. Dove abita e che giorno è oggi!”

“Abito in via Immacolata Concezione a San Candido e oggi è il 23 dicembre!”

“Bene, dopo aver verificato l’attendibilità delle sue generalità, può illustrare ai signori l’accaduto!”

Ecco era questo il momento che Luca temeva, perchè più si impegnava a dimenticarlo e più la gente glielo ricordava. Aveva solo 9 anni dannazione eppure tutti volevano ricordargli che aveva già visto la meschinità umana e l’aveva anche provata sulla sua pelle. La puzza dell’uomo aveva cancellato completamente, in tre anni di lavoro lento, costante e umiliante, il profumo di borotalco, di fresco che ha la pelle dei bambini. E allora alza lo sguardo, sono tutti li ad attendere il racconto, ebbene sia, ciack si gira!

“E’ iniziato il 23 dicembre di 3 anni fa. Io e la mamma eravamo in cucina, lei preparava i biscotti alla cannella perchè dovevamo addobbare l’albero di Natale, io vicino al caminetto stavo scrivendo la lettera a babbo Natale. E’ squillato il telefono, io ho risposto. Era papà che avvertiva che stava rientrando e che aveva l’albero con se! Io volevo solo fare l’albero con mamma e papà e scrivere la mia lettera. Papà è arrivato a casa con l’albero, l’abbiamo messo in salotto vicino al presepe e siamo andati a cenare. Dopo abbiamo fatto l’albero insieme. Mamma era stanca ed è andata a dormire. Io dovevo finire la lettera a babbo Natale e ho chiesto a papà di aiutarmi. Lui mi ha preso in braccio e dopo un po’ ha iniziato a toccarmi il pisellino. Non sapevo cosa stava facendo però non mi piaceva. Lui mi diceva di fare il bravo bambino che Babbo Natale mi avrebbe portato tanti regali. Poi ho sentito che respirava come se avesse la febbre e si toccava anche lui li. Io avevo paura e non capivo perchè mi stava toccando. Papà continuava a dirmi che se facevo il bravo e non dicevo niente a mamma e gli ubbidivo lui avrebbe detto a Babbo Natale di portargli anche un regalo in più. Poi ho sentito solo tanto male dietro, volevo piangere ma papà mi teneva la mano sulla bocca. Dopo un po’ ho sentito il bagnato come se papà mi avesse fatto la pipì addosso e mi ha lasciato andare. Io sono scappato via a letto.”

“E poi?”

“E poi io non ho detto niente ma quell’anno Babbo Natale non mi ha portato i cavalli per i miei soldatini. Papà da allora ogni volta che dovevo avere un regalo, per Natale, per il compleanno, perchè ero stato promosso, perchè ero stato bravo ad ubbidirgli e perchè ero stato zitto…ogni volta lui mi toccava il pisellino e poi mi bagnava dietro!”

“Ecco signori avete udito la testimonianza.!”

“Può andare!”

Scende dallo sgabello duro, si sente la nausea e vuole piangere. Però esce in silenzio tenendosi le mani a coprire il suo sedere, solo per vergogna. Gli scende una lacrima e le porte dell’aula si chiudono dietro di lui. Per Natale quell’anno non avrà un papà ma forse non gli importa, in fondo lui ora ha solo voglia di piangere e di strillare!