Corri e non resterai mai senzafiato!
C'è tanta solitudine in quell'oro. La luna delle notti non è la luna che vide il primo Adamo. I lunghi secoli della veglia umana l'hanno colmata di antico pianto. Guardala. E' il tuo specchio. (J.L.Borges)

chi sono?
"...Ella non sorrideva; ma sembrava che s'appoggiasse su ogni parola come per comunicare a ciascuna il suo proprio peso, il peso della sua potenza e della sua imperfezione e di tutto l'ignoto ch'ella portava dentro." (Thanks to A. Sperelli!)

odio...
La stupidità omnia in ogni manifestazione umana!

...e amo
I libri e l'odore della carta. Il profumo dell'aria. I colori del mondo. La bellezza nascosta.

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sabato, 29 dicembre 2007

E' domenica anche qui e io mi sveglio presto al mattino,scosto le pesanti tende a fiori della mia camera vedo il cielo grigio, quello grigio plumbeo che dicono sia tipico di Londra.

Spio la vita domenicale di una famiglia, la madre è sveglia e prepara un bricco di liquido bollente, sorrido da sola nel tempore di una stanza di b&b e penso che guardare alla finestra le vite degli altri è una delizia. Non mi piace essere impicciona ma osservare dalla finestre è un vizio che mi concedo da quando sono bambina. Guardo ed è come leggere, come essere attrice di mille opere prime differenti. Un libro è una nuova vita in cui mi lancio, una finestra è un nuovo frammento di quotidiano che vivo.
L'aria calda di termosifone mi arde in gola e le mucose diventano rigide e cozzano doloranti, sorrido mentre guardo il letto disfatto e inspiro l'odore di bacon che sale dalle cucine. Un attimo di totale sospensione intriso dell'umidità che scende da quel cielo grigio e si posa come coltre sulla inafferabbile irrequietezza delle mie viscere. Un attimo tangibile e sibillino di pace, un attimo che provo a fermare in eterno e nel mentre guà fugge via lasciandomi esausta e inifinitamente sola.


Bastano poche ore a questo cielo domenicale per accogliermi con una veste del tutto nuova inatteso l'azzurro cbalto e glaciale che mi tiene compagnia mentre mi inabisso nella metropolitana che mi risputa fuori in un altro luogo, con altre case, altre finestre con altre vite da spiare e da vivere...ma sotto lo stesso cielo che mi brucia gli occhi di luce. E' incredibilmente bello il cilo di una città che ti concede un azzurro mai immaginato.

Cammino verso la Tate britain...silenziosa come sempre, incomprensibilmente silenziosa...ma come si può imprigionare in una parola tutta la bellezza che i miei occhi leggono, che le mie narici assaporano. Un sottile stato di febbrile eccitazione e ansia mi attraversano il corpo, attendo con ansia l'arta verso cui mi sto muovendo...esulto per la profonda tristezza che bagnerà la mia pelle quando vedrò le donne preraffaellite e i verdi della campagna che fu Londra...cammino, provo a sorridere ma il silenzio mi cuce le labbra...eppure questa domenica mattina sotto questo cielo siderale contro cui si taglia netto il profilo di ognicosa è uno dei frammenti più dolci che questa città potesse offrirmi....un piccolo fremito...e varco la soglia del Museo...il resto è solo emozione che fluisce dalla tela a me in un'onda concentrica che mi violenta mollemente come uno zeus che si fa cigno e mi fa la sua Leda...estasi dei sensi!

Cielo a Londra!

 


mercoledì, 19 dicembre 2007

Passeggiare col gelo che si infilza nella pelle e spinge, come spillo che attraversa il derma, e affonda nella carne rigida di burro che si scioglie per pressione! Sentire le dita morire e il naso che diventa rosso. Ad ogni respiro l'aria fredda e pesante entra dal naso e va ad irritare la faringe. Rabbrividisco in perpetuo e silenziosa cammino per Hyde Park...e penso, tacendo con le corde vocali. Passeggio e guardo scoiattoli impertinenti e temerari che sfrecciano sui prati e mi guardano.
I miei ensieri si impigliano sempre di più, come ragnatele di paure e interrogativi senza risposte, a rami sterili di foglie e gravidi di solitudine. Un cielo così terso da Londra non me l'aspettavo, un laghetto così fiabesco non me l'immaginavo, un tramonto così struggente e triste non me lo sarei mai nemmeno augurato...eppure ci sono. Si snocciola tanta bellezza ai miei occhi che quasi mi opprime l'angoscia di non poterli congelare, con un incantesimo malefico, per rinchiuderli in una palla di vetro e portarmela via nelle tasche dei calzoni.
Passeggiare per le stradine di Hyde Park, diritte come tracciate con un righello, e lasciare che una sagoma, che dispensa cibo a strani volatili, catturi i miei occhi...e poi trovarsi come per incanto, a parlare di Londra con un rabbino askenazita di New York, venuto a Londra per scrivere il suo libro sulla diaspora.
Gioire del modo di fare così polite degli inglesi nella misua in cui gioisci della consapevolezza della scarsa presenza di inglesi puri a Londra...e benedire sopra ogni cosa quell'incontro inconsueto con un rabbino che beve birra alla faccia dei cibi kosher.
Trovarsi a chiudere gli occhi, che piangno tristezza per il freddo che c'è, e sperare che quando li riaprirai troverai Mary Poppins in abito bianco straripante di crinoline pronta a trasportarti nel suo parco giochi di cartoon, coi pinguini che servono il thè delle cinque e i cavalli che si staccano dalla giostra al grido di "talli oh!!"...e ritrovarsi a canticchiare con voce afona ma con la  mente a squarciagola....

"...supercalifragilisticchèspiralidoso, se lo dici forte avrai un successo strepitoso..."

...e sorridere perchè hai scoperto che a Londra il cielo è veramente grigio e plumbeo, ma i tramonti sono i più tersi e magniloquenti che si possa immaginare!

London skyland1


giovedì, 13 dicembre 2007

Volevo fare la parrucchiera...ma è durata pochi mesi.
Volevo fare la meccanica...è durata finchè mia sorella non scoprì che ingoiare i pezzi del mio LegoTecnic fosse un dispetto sufficiente a spezzarmi le reni da bambina e sorella maggiore.
VOlevo fare la cuoca...è durata fino ad ora.
Volevo fare la zoologa...lo sono quasi diventata ma non lavoro in Africa.
Volevo sposare un ragazzo di colore (colpa del cinema, mi segnò moltissimo vedere "Indovina cchi viene a cena" e "Il colore viola")...probabilmente non mi sposerò mai e francamente non sono adatta al matrimonio.
Volevo fare la ballerina...è durata finchè il mio peso e la mia altezza non sono diventati un fardello di derisione.
Volevo fare la scrittrice...è durata solo il tempo di un sogno ad occhi aperti.
Volevo fare l'attrice...è durata ancor meno del sogno di scrivere...ma sono diventata un'attrice del quotidiano di innegabile maestìa.
Volevo fare la giornalista...è durata il tempo necessario a scegliere una facoltà scientifica.
Volevo fare la ricercatrice e trovare un miracoloso vaccino per salvare il mondo...è durata il tempo di scoprire che chi avrebbe dovuto sostenermi reputava la salvezza del mondo meno importante di uno stipendio mensile.
Volevo che il mondo dipendesse in qualche misura da un mio talento...e ora...sono io che dipendo dal mondo per sentire che esisto!
I miei tanti volevo sono chiusi nel cassetto della memoria...è li e sono il mio amante segreto, il mio principe azzurro e io sono poco meno di una moderna Maria Ceccherelli...una Cabiria che prima o poi affogherà nel tevere dei volevo implorando di non vivere più!

Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza
no, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.

A. Merini da "Clinica dell'abbandono"



giovedì, 06 dicembre 2007

Mi chiamo Eva e ho 15 anni. Mi chiamo Eva e vivo in un paese dove tutti pensano che nessuno si preoccupi del domani. Mi chiamo Eva e vivo in un paese dove nessuno si preoccupa del domani, semplicemente per evitare che questo pensiero li obblighi a prendere in mano un coltello arrugginito per tagliere le gole di tutti i componenti della sua famiglia, per pietà. Mi chiamo Eva e ho 15, da quando ho spirato il primo vagito conosco una cosa che poi ho imparato chiamarsi FAME. Ogni mattina mi sveglio, la mia sveglia è il rumore delle gocce d’acqua sul tetto di lamiera, acqua che va a raccogliere la polvere e la trascina giù in strada, dove si mischia agli odori di manioca bollita e cade a toccare una terra nera di sporco, di guano animale, di rifiuti, bucce marce di banane e piscio. Ogni mattina mi sveglio e attraverso un pezzo di specchio rotto che riflette i contorni di una carnagione ambrata, due labbra carnose che, seppur rosee di adolescente, si piegano a smorfia di adulto nato vecchio. Spalle sottili e braccia dalle giunture ossute. Dalla cassa toracica quella mezzaluna di specchio rimanda l'immagine di due seni una volta acerbi ora già palpati, già gonfi dai morsi di denti di squalo di terra. Occhi neri…no, occhi vuoti con pupille di un colore marrone mattone, un marrone che si brucia come argilla al sole.

Mi chiamo Eva ho 15 anni e anche stamattina, come ogni mattina, mi sono svegliata e davanti ad un pezzo rotto di specchio mi sono dovuta svestire degli stracci rimasti della bambina e mi sono vestita di cipria, di piume di struzzo, di paillette e di ciabatte, che tanto i tacchi non servono. Perchè il mercato richiede carne, non importa il genere e non importa che sia cotta o cruda, che sia verde di putrescenza o rossa di sangue, serve carne da dare in pasto a chi può comprarla e mangiarne.

Mi chiamo Eva e una volta un signore ha pagato per la mia carne anche se non era più di prima qualità, ma mi è servito a comprare altra carne che poi è andata ad arrotondare un po’ gli spigoli delle mie ossa.

Cammino con il sole che sorge a ingrigire il mio cielo di lamiera dei tetti di questo quartiere. Il sole persino si prende gioco di me, perchè oltre il muro, dove le foreste giardino dei miei compratori si chiudono per serrarli al sicuro, li il sole è splendente.

Mi chiamo Eva e a 15 anni sono una prostituta inutile, non più bambina buona per le ludibriche mani dei pederasti e non ancora donna burrosa in cui poveri giovani possono affondare per sperimentare ogni loro perversione.

Cammino avanti e  indietro sul mio pezzo di strada e guardo senza edere le facce sogghignanti dei compratori che squadrano noi tranci di maiale appesi a grondare il sangue e pronti per essere comprati.

Si ferma dopo un’ora che passeggio sugli stessi identici centimetri di marciapiede. Abbassa il finestrino, non parlo, non serve. Ascolto il prezzo che in mente si trasforma in due fettine di carne di maiale di seconda scelta, un cartoccio di farina di mais e 4 banane. Salgo sul sedile anteriore e la mano tozza, ispida di peli di vecchio si avvinghia subito alla carne sopra il mio ginocchio sinistro.

In pochi minuti l’auto si perde nei vicoli e scendiamo. Le sue labbra dicono qualcosa ma io non sento più nulla se non le richieste sessuali e le direttive meccaniche.

Ho voglia di ficcartelo nel culo piccola mezza femmina troia…”

Salgo le scale di un vecchio palazzo dove l’odore di calcinacci umidi, di sperma, sudore, sangue e alcool è quasi afferrabile. Le mani di qualcuno mi strizzano la carne del sedere e io penso solo che stasera mangerò carne di me,carne di maiale un po’ andata a male. Mentre la porta si chiude mi giro verso il mio benefattore quotidiano e mi imbatto nel suo pene nodoso e già spurgante sperma liquido. Lo metto in bocca e muovo la testa ritmicamente mentre con la lingua reprimo il vomito acido che sale fino alla bocca dell’esofago.

“No… stronzetta non te la cavi così a buon prezzo, ora la smetti di leccarmelo come una gatta e te lo fai mettere li nel buchino...e mentre tu urli di dolore io urlerò di piacere e ti verrò nel culo riempiendoti finché ne ho….”

Come bambola di pezza mi sento sollevare per aria, sarò forse un quarto del peso del mio benefattore. Mi fruga tra le cosce a cercare il pube e lo trova senza difficoltà di biancheria. Mi sento una marionetta che viene appesa ai suoi fili di ferro quando il grosso e putrido pene del mio benefattore mi devasta la carne.

Il dolore prima era inesistente…ma ora, ora lo sento che mi sale come un esercito di formiche gigantia solleticare le viscere, le formiche camminano e lasciano dietro di loro una scia di fuoco. Il dolore è un incendio che morde famelico la mia carne, tenera ancora dei ricordi di una bambina che non sono mai stata. Stringo i muscoli sfinterici ed è una fitta lancinante, il dolore è sempre più prepotente e sento il sangue che scorre da dentro il mio stomaco e mi bagna le gambe. Il mio benefattore non sente le mie urla mute e soffocate. Non ho mai visto nulla ma adesso tutto si fa nero…lui dietro di me si approfonda come radice di edera  con forza e rabbia e crudeltà. Esce sangue nero non rosso, si forma una piccola pozza ai miei piedi, la guardo estasiata. Ha un odore pungente, sembra sangue mestruale ma è sangue di budella violate, nero con riflessi viola e sa di ferro…e poi comincia a cadere un liquido denso biancastro…il mio benefattore ha goduto, le mie budella possono cedere. Lui toglie il suo pene che si sgonfia…

“Eh...ti è piaciuto…vecchia putt…mah…cosa…diavolo…!”

L’ultima cosa che vedo è il sangue che da pantano si fa stagno e poi lago, l’ultima cosa che annuso è l’odore di sperma, ferro, merda, organi deflagrati…l’ultima cosa che assaggio è una goccia di lacrima che ha raccolto per strada il sudore della paura, del dolore e della morte…

Mi chiamavo Eva, avevo 15 anni e vivevo in una baracca della favela a nord di San Paolo. Mi chiamavo Eva e sono morta impalata dal pene avvizzito di un vecchio Italiano onorato patriarca di una benestante famiglia di industriali. Mi chiamavo Eva e avevo 15 anni quando ho deciso che due fettine di carne di maiale valevano più della mia quotidiana vita.

Mi chiamo Eva e sinceramente di essere morta pichi minuti fa, non me frega nulla, tanto ero già morta da tempo e tanto la vita in una favela non vale più di due fettine di carne di maiale!