lunedì, 28 maggio 2007

Un fiume che forse una volta faceva paura quando cresceva a dismisura e si ingrossava di pioggia e terra rossa tirata giù dalle montagne di ferro e mescolata poi alla terra delle colline dolci dei campi di grano. Un ponte romano che è li da secoli e cerca di permettere il passaggio degli uomini. In fondo si vede lei la Mezquita, il cuore di questa Cordoba, una citta' che e' come una ciliegia, carnosa di vita e sugosa e brulicante di un piccolo verme nella polpa, e oscura, misteriosa, dura e preziosa nel suo nocciolo. La avvicino con circospezione, non so cosa attendermi e a rovinare il mio approccio amoroso con il luogo ci sono due italiani molesti che si fingono simpatici e parlano troppo di loro e di nulla. Ho imparato, in questo viaggio, che io sono un viaggiatore solitario e comunque silenzioso. Per me visitare un luogo e scoprirne le pieghe è un rappoto intimo, è un corteggiamento privato è una danza di sensi e umori in cui io sono l'uomo che cerca di concupire una città femmina, di far cedere le sue carni alla mollezza delle mie carezze.
Si cammina tra i turisti e finalmente riesco ad entrare nel ventre di questa balena. Una balena fatta di uno scheletro di colonne, mille colonne che ne costudiscono i segreti e la storia e le storie. Il buio rinfresca gli occhi prima feriti dal riverbero del sole e la prima cosa che penso è che non ho fiato, che sento bollire l'emozione e che tutto questo non può essere di sola mano umana. Una mezza atea che crede nel divino esposto in estetica...ma non so quale altra ispirazione puo' aver concepito tanta meraviglia.

Chiudo gli occhi nel faticoso quanto inutile tentativo di ricacciare indietro una lacrima, una lacrima d'emozione, una lacrima di gratitudine verso chi mi ha fatto arrivare fin qui, una lacrima di tristezza e mancanza per chi tutto questo non può vedere, una lacrima che è una sola ma che è così pesante di emozioni e sale che scivola via in fretta e cade lasciondo l'impronta sulla pelle del collo. ...e poi mi metto in silenzio ad ascoltare la storia che aueste colonne iniziano a raccontarmi mentre i miei sandali scandiscono il racconto.
"Al principio ero cristiana, ed ero piccola, un piccolo bozzolo di pietra bianca che custodiva una fede primitiva, una fede primordiale, fatta di autenticità di sentire, fatta di timori e reverenza verso chi dall'alto ci governa e che non si comprende appieno perche' troppo immenso per la nostra piccola finitezza umana. Pochi venivano qui, per lo più re vestiti di pelli di montoni e soldati dai piedi neri e duri per le pietre che qui calpestavano.
Poi in questa terra è giunto un uomo da un luogo lontano parlava una lingua dolce come canto di sirene,sciolta e morbida ma cattiva e feroce come un'onda salata che schiafeggia la pelle bruciata dal sole. Era Abd Al-Rahman I. Ha cacciato quegli uomini di pietra che pascolavano su quelle colline che vedevo in lontananza e mi ha fatto crescere...crescere tanto in poco tempo. Dieci mesi soltanto per costruirmi questo scheletro affascinante di mille colonne che custodisce il suo segreto più intimo.
Da quella porta gli Imham entravano a pregare un altro dio...ma il sentimento era lo stesso solo i nomi erano diversi...e i versi delle sure pregavano per la bellezza, per la gloria, per la salvaezza, per ringraziare della vita e del mondo che quei visi scuri e quegli occhi neri come pozzi potevano vivere. E dopo di lui i suoi discendenti mi hanno donato qualche costola in più...ogni volta un piccolo guscio in piu' a racchiudere il segreto, il luogo che dava alla Mecca, il luogo dove ad ogni sera giungevano, nella semioscurita' dell'assenza di finestre, frotte di uomini del deserto a cantare le sure seduti sulle ginocchia e prostrati innanzi alla grandezza di Ahlla!
E infine loro di nuovo, di nuovo Salmi risuonavano al mio interno, una nuova veste ancora, ricca e sfarzosa fatta di storie di quel dio dipinte da mano umana sulle mie pareti, di inni di gioia che prendevano la forma di stucchi e statue.

...e poi la decadenza. Perchè dopo un pò la gente entrava in me come se fossi un luogo da cartolina...e sai una cosa cara mia viaggiatrice, sono pochi quelli che si fermano ad ascoltarmi raccontare di quegli uomini, perchè qui conta altro, la storia annoia e la storia mostram a voi uomini le sofferenze, la miseria, lo sfarzo, le cadute, la grandezza che è stata e che mai sarà più, la grandezza che potrebbe essere se qualcuno si soffermasse qui dentro ad ascoltarmi. Perchè il mio segreto più grande non sono queste colonne, non sono quegli affreschi con vite di Santi, non sono le sure coraniche scolpite e preziose nei gessi...Il mio tesoro non sono la filigrana che adorna questi soffitti o questi marmi..no la mia ricchezza è nascosta da tutto questo. La mia ricchezza è però mostrata da questa bellezza...la mia ricchezza è la storia che t'ho raccontato e che insegna che la storia è fatta dagli uomini e che per quanto crudeli possano essere...amano tutti lo stesso dio che ciamano in modo diverso...ma è sempre lui e loro sono sempe uomini, affascinanti mostri che sanno amare fino ad uccidere!"
Esco stordita e commossa...vago per le bianche strade della Juderia, dove quel dio aveva un nome ancora diverso...penso al riparo del fresco di quei patii arabi che hanno visto svolgrsi la sotria delle razze e delle genti che li hanno attraversati. Il sole mi acceca un pò...e i pensieri si fondono in un dolceamaro come colate di colore.
E' ora di ripartire..in silenzio per ascoltare gli ultimi fiati di quel nocciolo...e poi le colline di grano addolciscono il mio viaggio di ritorno, addolciscono un pò la pena del mio cuore per chi quel racconto non può udire, rabbonisce quella distesa di spighe anche il gattaccio...e il mio pensiero, arricchito dalla storia di quelle mille colonne corre a chi tiene imbrigliato tra le sue dita, il mio cuore...e buona settimana a tutti voi.

domenica, 20 maggio 2007
Dovevo andare a Cordoba, sono arrivata in autostazione e:
"El autobús de las diez y medio está lleno puedes tomar aquel de las doce y medio..."
"A qué hora le llega a Cordoba?"
"A las quince y media "
"Vale gracias"
Sono stizzita ma credo che Cordoba meriti più di sole 4 ore di visita. Fuori dall'atrio la città comincia a svegliarsi, lo si vede dalle frotte di ragazzi che, stuoie alla mano, si apprestano ad andare al mare. Oppure dai padri che fanno la fila ai chioschi di churros e poi si dirigono verso le loro case, verso i loro pargoli festanti (incredibile quanto siano fastidiosamente chiassosi i locali infanti!!) e le loro moglie in vestaglia, col loro pacchetto di carta da imballo pieno di churros appena fritti.
Tornare a casa non posso, li c'è il gattaccio che mi attende al varco. Sopraggiunge un 33 e lo prendo al volo, lascio a questa casualità la mia chance. Scendo davanti alla cattedrale e come sempre annuso il profumo delle zagare e poi mi dirigo verso la ancora dormiente carretera del Darro.
Seguo cosa? Il caso o l’istinto, gli odori o i colori, i pensieri o le paure? Non lo so ma cammino e seguo un percorso che va alla ricerca della domenica locale, quella di qui sul Sacromonte c’è nato. 
Seguo il silenzio delle case dell’Albaìcin e mi ritrovo sul Paseo del Sacromonte. Le cuevas, queste case bianche scavate nella montagna dove anni fa vivevano stirpi di Jitanos. Case bianche di intonaco, perchè qui il sole è feroce, non incontra ostacoli, si schianta su questi muri come una tigre feroce si abbatte a graffiare furiosa i muri delle case…e poi scortica la pelle di chi qui nasce e vive e muore. Se vede nelle rughe dei vecchi, profonde come faglie tettoniche di Pangea. Cammino e mi inerpico lungo strade che sono solo una irregolare gittata di ciottoli e sento la pelle sfrigolare ai raggi riflessi dai muri delle case, come occhio di Ciclope. Arrivo al Monasterio del Sacromonte e decido di entrare e sentire quell’aria fresca che sa di terra sgretolata mista all’indefinibile profumo che hanno i miti della tradizione. Quell’odore di terra di confine che in questa città si respira in ogni angolo.
Posto strano, si scalda al sole coi suoi mattoni rossi, brulica degli hitos de los jitanos aneyo, con la Seat Leon con tripla marmitta che però ricordano i ritornelli delle antiche canzoni, che hanno i padri che suonano ancora il flamenco ai matrimoni dei parenti e che hanno madri che conservano sotto strati di polvere il loro abito rosso da ballerine e le scarpette con le claquette ai tacchi. Entro e mi inabisso in uno di quei mondi di confine tra religiosità gitana; fastosa e accecante, la leggerezza della spiritualità moresca e l’ingerenza barocca e cupa del cristianesimo che qui alla fine si è affermato. Tutto questo lo racconta anche il “libro plumbeo”, storia di san Cesario evangelizzatore in lingua araba…dissonante quanto simbolicamente importante leggenda. Si legge nelle cappelle barocche, dorate e sui tessuti di pesante e sfarzoso broccato tessuti dalle femminee mani di scure gitane. E si legge nelle pietre stondate dalla polvere di queste cuevas scavate nelle viscere sommatali di questo monte, che custodiscono le reliquie del santo.
A cosa penso? A nulla, solo a quello che vedo, a quegli odori che inspiro e a quei colori che mi si imprimono sulla retina, dentro di me c’è quello che accade nell’oceano profondo quando in superficie infuria la tormenta. Ma tutto rimane sommerso finchè cammino.
Dal Sacromonte scendo sotto il sole battente, attraverso gli angoli smussati di quelle case bianco abbagliante. Mi perdo volontariamente tra le stretta strade dell’Albaicìn, scarto le piazze che rigurgitano turisti e inseguo o grugni mezzosangue dei residenti, schivando cumuli di immondizie dove cani e gatti regnano sovrani, e vecchi che sputacchiano saliva mista a nero tabacco. Continuo a scendere verso la città, sempre andando a caso tra questi vicoli e prima di imbattermi nel clamore moderno della Gran Vìa di Colon, mi siedo al bancone di un bar. Lo scelgo perchè è pieno di ragazzi di questo barrìo, li riconosci per un qualche misterioso motivo, lo scelgo perchè da li mi salgono le note strimpellate di una chitarra addolcite dall’odore di erba buona.
“Una cerveza syn por favor…”
“...una syn y una primera tapilla...”
Il barista sorride e io scrivo mentre il cielo si rabbuia, mi godo gli scampoli della mia domenica, brandelli di un mondo normale e di nulla sereno...e buona serata a tutti voi!

mercoledì, 16 maggio 2007
"La mia gente non ha certo un nome
non si trova sui libri di storia
a volte è perduta, a volte arrabbiata
o allegra o sola o ubriaca. La mia gente non è originale
non parla con parole strane
ma cammina per strada e sogna e lavora
confusa e inquieta e contorta....."
E cammino passo svelto coi miei piedi nudi vestiti di poche sottili stricioline di cuoi scuro, scuri di polvere d'asfalto e di pezzi minuscoli di tante vite che questo stesso lastricato calpestano ogni istante del giorno. E' sera in questa strana città così puzzle così brodo magno primordiale di facce e storia. Il mio gatto si agita cattivo, non lo ascolto, lo ignoro e lo ascolto lo assecondo e sento salire i conati di vomito. Mi guardo nelle verine e intercetto il mio truce sguardo...vorrei urlare ma non posso e allora.
"Fanculo mondo...."
Lo dico e scarto in un vicolo buio da cui escono frotte di turisti che la loro maratona quotidiana è finita. Immobile ed enorme in quel vicolo minuscolo dove la puzza di polvere piegata a terra da acqua marcescente, regna sovrana. Mi sentp un gigante e alzo lo sguardo, se mi piegassi vomiterei...alzo gli occhi e il fiato mi viene meno...vedo la storia scolpita nel granito, quella storria di leggenda per cui quei turisti pagano e che poi ignorano perchè ad alzare il naso oltre il basso porfilo del massificato turismo culturale...non sono capaci.
Cammino naso all'insù e attraverso quella porta ad occhi chiusi, spero nel uore e nel fondo dell'anima, proprio li dove quel bastardo si annida fetente, che passando quella porta possa trovarmi in una di quelle favole splendide al profumo di ibisco. Quelle storie piene di incenso e di profumo di zagare, tra occhi neri velati, tra vapori di hammam e tra voluttuosi e nascosti incontri di corpi e forme e odori di umori umani.
Invece trovo un giardino verde, di un verde surreale, così intenso da sembrare finto, il color ramarro che da bambini tanto piace, in tutto quell'accecante verde cerco la mia storia, le mie principesse profumate di patciuli e i miei principi di bianco cotone agrzato, venuti su questa terra per rapirmi dalle grinfie del felino, per accarezzarmi fino a sfinire di sensazioni la mia pelle. Cammino e mi inoltro coi miei sandali nella vegetazione, le foglie mi accarezzano le braccia e fronde di rampicanti si aggrappano alle mie caviglie scoperte. Sempre a testa all'aria, sempre seguendo il profumo di terriccio umido e il suono di rivoli d0acqua che portano con loro la storia dei luoghi e delle pietre attraversati. una nuova porta mi si apre...

Mi soffermo sotto l'arco a rincorrere le mie favole e i miei pensieri e imiei sogni e le mie paure e le mie fobie e i miei incubi e le mie speranze...Troppi...diventa tutto impenetrabile nella mia mente come quel sentiro orlato di vegetazione color verde ramarro accecante.
Mi siedo e mi appoggio con la colonna vertebrale a quelle mura antiche di storia, cerco il leggero dolore delle costole contro il duro e mi sembra di non trovarlo. Ansimo di emozione, non so cosa sia, tutto mi sembra che stia per sopraffarmi e come sempre ne fuggo andandomi a rintanare in storie fantastiche che io non vivrò mai ma che mi forniscono quel riparo immaginario in cui tutto è forte e stordisce ma non ferisce. Appoggio la testa e sento la frescura di quei mattoni che solletica il mio collo scoperto dai riccioli tagliati viaprima di partire...e piango, senza rumore, con singhiozzi e lacrime. Piango al pensiero di chi questo non può vedere e piango perchè questo preciso istante andrà perduto nella memoria e nell'impossibilità umana di far rivivere gli odori e le emozioni che da essi nascono. Piango come la principessa dagli occhi di velluto che nella mia favola iniziata con quello scarto improvviso di un'ora prima, è stata abbandonata in quel castello dorato, abbandonata in un castello alle porte tutte aperte ma che si rincorrono senza fine...
Passa del tempo e il sole si scolora a ricordarmi che devo andare ad incontrare mia sorella...che devo tornare a fare la guerra col mio gattaccio, che devo tornare a respirare nel respiro grande, polveroso e ricco di questa città. Mi alzo e mi spolvero le pieghe della gonna, rosso terriccio si incolla ai miei polpastrelli e va a raccogliere anche un pò del sale che dai miei occhi è uscito.
Ripercorro a ritroso la mia favola e ne esco come un neonato esce dal confortevole utero materno, con la stessa ansia, con lo stesso rammarico, con la stessa speranza e con lo stesso sorriso di fiducia, perchè in fondo, con tutte le guerre che hai dentro, sai che il mondo gira, che la storia si costruisce e che forse...da qualche parte prima o poi ci sarà la porta da attraversare e oltre la quale troverai la tua favola odorosa di deserto e di fredde notti buie in compagnia di sogni e di incubi cantate dagli uomini blu delle dune.
E buona notte a tutti voi....
"...Un giorno, guidati da stelle sicure
ci ritroveremo
in qualche ancgolo di mondo lontano,
nei bassifondi, tra i musicisti e gli sbandati
o sui sentieri dove corrono le fate.
E prego qualche Dio dei viaggiatori
che tu abbia due soldi in tasca
da spendere stasera
e qualcuno nel letto
per scaldare via l'inverno
e un angelo bianco
seduto alla finestra."

domenica, 13 maggio 2007
La città qui è strana, esco di casa ad un'ora normale edl tutto umano e davant ho un paesaggio quasi lunare da fine del mondo.Strade deserte...penso che è assurdo, sono le 9 e va bene che è domenica ma tutto il mondo sembra essersi ibernato, è immobile, persino la polvere, che di solito si respira insieme all'ossigeno, sembra posata ancora.
Esco dall'angolo del mio interno e la testimonianza di una qualche forma di vita mi giugne come pugno allo stomaco, la churreria Pepe frigge kili di churros a tutta e dalla vetrata-portafinestra vedo gente che puccia questi cosi unti nello zucchero e poi nel cioccolato fumante! E' una usanza che non mi appartiene, mi piace andare in posti non miei e vivere secondo le loro regole, ma questa del fritto alla mattina no, mi rifiuto, il mio stomaco non lo regge. La mia colazione da salutista mi è cara coperta di Linus.
Monto in bici e pedalo piano, per non incrociare la catena salto sul 53, l'andare piano mi consente di guardare meglio questo mondo così alieno da me e che alle volte mi avvince come Laocoonte Canoviano e altre volte invece mi repelle. Solo ieri lo odiavo, tutto sempre troppo qui...la tamarraggine è troppa, io sono un'esteta, mi piace il bello e per strada non ne vedo mai. E' vero anche per strada il bello è cosa rara, ma alle volte si trovano quegli angoli immobili che cantano come sirene, un particolare, un minuscolo particolare ci cattura e ci indica il bello anche tra le milioni di paia di scarpe che si muovono sui marciapiedi della quotidiana esistenza.
Qui invece è difficle sentire quel canto, in alcuni frangenti ieri mi è sembrato di essere in un vecchio film italiano degli anni '80, uno di quei polizieschi col Commissario Merli e le sue periferie sporche, caliginose nella calura delle 14...
Stamattina è un pò diverso...trovo dell'ironia anche nel segaiolo che ieri si smanacciava rumorosamente al mio passaggio innanzi al suo membro esposto volgarmente.
Pedalo e sento che qui c'è un posto per me, sono tutti i piccoli posti che mi cerco quando esco sola, è mio quell'angolo del Sacromonte da cui si vede di scorcio l'Alhambra, che ho scoperto per caso, perdendomi tra quelle piccole strade di gitani una sera che a casa proprio non volevo tornare. E' mio quel disegno sul muro della teteria che orami è di mia fiducia, perchè qui dopo tre visite allo stesso locale sei un abitué e con questo status io ho trovato un dolcino di pistacchi e miele insieme al mio solito tè nero hassam...e chissà la prossima volta conquisterò un assaggio dal giro di narghilè del porprietario....un mezzosangue arabo-gitano con due occhi nero ece che se li guardi fanno paura perchè trapanano.
Pedalo e penso al Pantano di Quentar dove tre volte a settimana salgo per allenarmi, è una bella strada, polverosa al punto che le particelle ogni volta mi si incollano alla farigne e mi costringono a segnare di saliva il mio cammino in ascesa. E pedalo pensando che questa città nonè bella, no, chi dice ce è bella mente incantato dai luoghi comuni, perchè l'esotico deve sempre per forze essere bello! Ma questa città ha i suoi spigoli e i suoi parossimi, i primi sono spigoli pericolosi perchè dolorosamente belli, come poter dimenticare quella porta araba celata nei giardini una volta partita da qui...; ridicoli e a volte imertinenti invece i secondi...che tutte quelle marmitte dopo un pò stancano, che tutto questo frastuono dopo un pò diventa solo rumore di fondo e niente più al suo interno si distingue come suono.
Pedalo e penso mentre ormai sono giunta alla prima rampa e al secondo tornante della mia ascesa al Picco Veleta...e quello che vedo subito dopo questa curva mi incanta per la sua semplicità, perchè è nturalmente bello e perchè mi rimanda indietro nel tempo ad un giorno in cui ho scoperto come un campo di ulivi, co l'erba incolta e i papaveri rossi che ne fanno da insegna al neon per chi li sa vedere, possano essere quanto di più bello occhio umano possa vedere!
E poi mi volto e continuo l'ascesa che i kilometri sono tanti e la neve della Sierra è ancora li in alto....e buona notte a tutti voi!

lunedì, 07 maggio 2007
-La descrizione di una mattina di quotidiano mercato poco globale e tanto locale e solidale!-
Sole sui tetti dei palazzi in costruzione…
Che qui purtroppo c’e’ una selvaggia tendenza a costruire ovunque…calzoncini bianchi, scarpe da tennis e maglioncino a righe, uno zaino pieno. Macchina fotografica, taccuino e penna, occhiali, un libro regalo di compleanno di un amico, per poter leggere nei momenti di pausa, qualche spicciolo per necessità e il mio collegamento emotivo con l’altra mia metà di mondo…e parto. E’ sabato mattina inoltrata ma qui sembra l’alba, alle 8:30 nessun grandino e’ attivo, qui si parte alle 9:30 e si tira dritti fino alle 14:30. Sembra di essere in un film sulla fine del mondo, sulla grande e larga Via grande Colon ci sono solo io, un paio di taxi e qualche mattiniero turista inglese. C’e’ sole ma il vento come sempre imperversa su queste strade, un brivido mi fa drizzare i corti capelli sulla nuca e penso a quanto sarebbe piacevole adesso avere una mano amorevole che mi possa scaldare per un momento, uno solo, le dita viole intirizzite dal freddo.
Cammino tra le strette viuzze che circondano la Cristianissima e barocca Cattedrale, ai suoi piedi, come in qualunque chiesa del centro o in qualsiasi giardino di città, aranci carichi di frutti bellissimi. Non ne avevo mai visti in città, li avevo sempre immaginai in campi arsi dal sole delle terre di Sicilia…qui sono la quotidianità e più li guardo più li trovo belli, della bellezza semplice assoluta di un bambino che li vede per la prima volta.
Scarto abile le triade turistiche, una specie di piccolo suk e’ stato ricostruito ai piedi della capilla Real, a urlare ai turisti meno accorti, che qui siamo a Granata in Andalusia, dove due mondi sono fusi e divisi insieme, come l’acqua col cioccolato! Mi diverto a perdermi per strade strette, dove si sente l’odore dell’acqua che stagna ai bordi delle scale di accesso alle case. Cani magrissimi e dal pelo irto e impastato di acqua e polvere annusano i sacchetti della spazzatura lasciati alle prte di casa, dalle finestre si sentono arrivare i suoni della vita che si sveglia e gli odori della colazione con pane tostato e pomodoro o con pane e burro. Passo davanti ad una churreria, mi arriva alle narici e allo stomaco un pugno di olio fritto, mi spiace ma io proprio non ci riesco ad adeguarmi a questa colazione…churros con cioccolato, pastella dolce fritta che fanno affogare in una tazza di cioccolato dolcissimo perché fatto con un cacao dolce e zucchero di canna!
Mi inoltro in questo piccolo quartiere fatto di strade strette al punto che le auto non passano, se alzo le braccia parallele al suolo quasi tocco le propaggini delle lenzuola stese ad asciugare su ambo i muri dalle locali ciarliere casalinghe. Entro in un labirinto di strade un po’ più larghe dove si dipanano voci, odori di erba bagnata, di polvere lavata, di banane mature, di pomodori e di albicocche.
Microscopici negozi, con pareti prive di qualsiasi imbellettamento, intonaco e una mano di bianco. Qui si vende frutta e verdura…compro un sacchetto di fave fresche,verdissime e con la peluria setosa sulla buccia, da mangiucchiare crude, che a Trento non esistono e mi ricordano casa.
I venditori hanno facce indefinibili, arabiche discendenze sono più o meno identificabili in ogni volto e più o meno mescolate a pelle candida di europei dell’est, ricordo di immigrazioni di ebrei askenaziti, oppure a zigomi alti delle facce di montagna, a nasi che insieme a tonalità molto più scure o a riccioli troppo folti e impenetrabili, fanno pensare a qualche intrusione africana. Le donne sono vestite di vestaglie multicolor e indossano le stesse scarpe-ciabatte che usavano le vecchie donne dell’Italia del post bellico, hanno mani dalle unghie indurite dalla terra e tutte segnate dall’usura del lavoro e occhi piccolissimi, neri come la morte e incassati nelle orbite, ma vivi, incredibilmente vivi. Gli uomini hanno quasi tutti i baffi, sembra che il baffo sia una sorta di acquisizione di status sociale che si conquista con l’età, dopo i 40 tutti gli uomini, arabi da generazioni, europei cattolici, misture etniche tutte, si fanno crescere i baffi e li lasciano orgogliosamente imbiancare al posto dei capelli che spesso scarseggiano.
Cammino e coperta dagli occhiali da sole bevo quella vita con avidità, mi lascio scivolare silenziosa tra quei suoni così forti e stridenti tra quelle voci alte che cantano canzoni d’amore andaluse o che incitano ad approfittare dell’offerta del giorno; 1 kilo de platanos par 1 euro!
Per fortuna qui i turisti non entrano se non per sbaglio, danno uno sguardo veloce, storcono il muso per l’odore e per la sporcizia delle strade che andrà a tangere il candore delle loro scarpe da tennis o dei loro nudi calcagni messi in mostra dai sandali, si voltano e tornano a buttarsi nella strada principale o in quelle del finto suk.
E io invece cammino e torno e ritorno nelle stesse strade, davanti alla stessa tienda a mirare i colori della frutta esposta, ad annusare il vago sentore del sudore impastato alla polvere e amalgamato dall’acqua che emanano quei corpi bruciati, dopo le prime ore di lavoro.
Ecco la mia prima mattina vera a Granata…vita da mercato della frutta e verdura…poi un caffè contado in un bar pieno di vecchi che giocano a carte e sputacchiano tabacco, l’ultima manciata di fave…e riparto…con nel cuore tutto questo!
E buona giornata a tutti voi!

giovedì, 03 maggio 2007
Fuori imperversa un vento gelido, mi sembra di non essere qui ma di essere in un sogno infernale. Ma la Spagna non era il paese dei balocchi di noi Italiani? Il gattaccio mi sta uccidendo, sta divorando tutto e io non voglio, il mio spirito si ribella e lui ci gode a vedere come il resto del mondo, nella sua abbagliante normalita', riesce a fornigli miriadi di occasioni per farmi ululare di rabbia.
Penso, passo giornate intere a pensare a quello che ho lasciato e a quello che non sto trovando.Andarmene mi serviva, pero' dovevo lasciare dilla' dal confine questo felino infame. Mi ribello e ci provo con ogni forza a fregarlo...ma come posso vincere se ogni giorno e' uguale a se stesso. Mi sto perdendo una citta' perche' devo lavorare e produrre e di questo il quadrupede si bea spudoratamente.
Penso a M. e penso che devo frenare la pariglia impazzita che ho dentro, che devo far andare i miei neuroni, avere buon senso, non cercare sempre di avere tutto e subito...Pazienza luna,...e invece no...so che devo aspettare ma non posso, non so farlo. Allora mi attacco a VoipStunt e provo a sbocconcellare pezzi di verita'...e piu' scavo piu' scendo...e mi sta bene che cosi' imparo a seguire questo istinto senza freni che ho al posto della ragione.
Stamattina al bar della facolta' sono finalmente riuscita ad ordinare un ceffe' senza subire troppi scossoni. Mi sono seduta sullo sgabello come un pappagallo Ara e in attesa paziente del mio caffe' solo, apro il mio liro, perche' tanto prima di 15 min nessuno si accorgera' di me e inizio a leggere. Ovviamente nulla va mai come dovrebbe andare...e un professore Marocchino, all'Universita' di Granada come fellowship attacca bottone chiedendomi se sono anche io marocchina. Li realizzo la mia incapacita' cronica di intrattenere rapporti umani anche basilari...dopo 20 min di imbarazzante conversazione mi alszo saluto e torno alle mie larve da squartare...compagne meno impegnative di un qualsiasi ominide!
Domani...confido in domani e in un week end in cui potro' finalmente uscire a girare questo posto. Perche' alla fine, quando sono fuori sto quasi in pace col mondo...e allora...buona notte a tutti...io qui finiro' di guardare un cartone giapponese ambientato a New York e doppiato in spagnolo...e poi ho una notte per sognare delle strade che seguiro' in questo week end...da sola e in compagnia di me stessa e di tutte quelle facce che finora ho solo guardato dalla vetrina delle mie fobie.
Granada...buona notte e a domani!
mercoledì, 02 maggio 2007
Tutto qui e’ “troppo” e tutto questo troppo sembra non avere il minimo effetto, sembra che tutti, tranne la sottoscritta, ci siano così abituati che nemmeno se ne accorgono.
E’ troppo pensare che tu possa presentarti a qualcuno che mai hai visto prima e di cui hai a malapena capito il nome, dandogli due sonori baci sulle guance.
Stringo mani abbozzando mezzi sorrisi imbarazzati e biascicando il mio nome…sento risposte tutte uguali “Abla espanol o si tu voi ablo Inglés…” …”Oh…don’t warry I can understand Spanish but I don’t speak it…”
Ho smesso…ormai arranco in un limbo linguistico che si snoda tra picchi di italiano e discese serpeggianti nello spagnolo maccheronico. Ogni tanto biascico tra me e me prendendomi in giro, mi figuro parallelismi con Totò e Peppino a Milano…”Noio vulevam savuar…” e rido da sola, qui sono io che sono troppo, la gente con cui parlo mi guarda e non capisce perchè biascico come un minatore del Klondike e rido da sola come una matta di un qualche manicomio turco.
Dopo i primi giorni di vagabondaggio ho persino trovato casa. Anche Kike e’ troppo, il mio nuovo coinquilino e’ troppo simile a Yaya, e’ troppo Spagnolo, e’ troppo gentile, e’ troppo disinvolto, e’ troppo simpatico, e’ troppo disponibile…e’ troppo anello di congiunzione tra me ora e me studente di Bologna. Se non fossi così cosciente della mia vita privata sarebbe anche troppo pericoloso…ma è solo un pensiero che profuma di passato. Kike…ma che razza di nome per un uomo fatto e finito come lui, uno di Cordoba…bah…e’ troppo anche questo per me!
Questa casa mi ricorda casa di M. in via Petroni, ha lo stesso odore di carta, di polvere di pavimento, di lavandino pieno di piatti…di studenti. Se domani sera mi ritrovo gente in casa che per mangiare pizza in cartone o falafel piccanti di cumino, ascoltare le nuove frontiere della musica d’avanguardia politica spagnola e per fumare erba essiccata in casa…beh allora capirò di essere dentro una macchina del tempo che mi ha portato indietro almeno al 2002.
Le giornate sono troppo lente, troppe ore che scorrono veloci sulle lancette dell’orologio ma che rimangono troppo immobili nell’aria e nel cielo. Questo cielo e’ troppo azzurro sempre, non ci si avvicendano le ore ma solo troppe nuvole di troppi colori diversi.
Ho girato a caso seguendo gli odori, anche quelli sempre troppo forti, delle strette strade dell’Albaìcin, ho annusato profumi a me noti, cumino, issopo, curry, kebab faraonici e dolci al miele e pistacchi. Ho seguito i cani sciolti di eterni quanto irreali ragazzi multicolore, gente strana, vestiti da nostalgici sessantottini ma con facce miste di Marocco, Africa nera, Europa. Ho guardato gli occhi di un ragazzo di cui avrei potuto innamorarmi un tempo, occhi verdi su un naso di portoghese, in mezzo a zigomi africani e dred che spuntavano da un cranio rasato. Avrei voluto chiedergli uno scatto dei suoi occhi così troppo dolci rispetto all’aria da cattivo che voleva irradiare, ma sono stata troppo timorosa e allora mi sono limitata a guardarlo, forse anche troppo…
Adesso sono qui, un articolo da scrivere ex-novo che è giunto anche troppo presto rispetto a quanto avevo immaginato anche rispetto alle mie più rosee aspettative. Domani si finiranno di sventrare le mie larve e poi scriverò troppo presto…e’ troppo presto ma non posso permettermi fermate. Intanto anche il mio gattaccio s’è risvegliato troppo presto rispetto a quanto immaginavo…ma tant’è che ormai che me lo sono portato fin qui…me lo accarezzo un po’ e cerco di non farlo stravincere su tutta li linea che sennò poi mi sfugge troppo di mano.
…e buona giornata a tutti voi!

E poi c'e' sempre lui e stavolta ci ha proprio indovinato con le sue predizioni!

Toro (20 aprile - 20 maggio)
È in arrivo una delle transizioni più impegnative e divertenti del 2007. Eccoti cinque suggerimenti che ti aiuteranno a trarne il massimo piacere:
1) sbrigati ad adattarti, sii veloce nell'imparare ed elastico nell'improvvisare;
2) frequenta posti dove tutto sta cominciando in quel momento;
3) impegnati di più a essere spontaneo;
4) diventa uno specialista delle ribellioni e delle nuove conquiste;
5) dedica generosamente la tua attenzione a tutte le influenze pure, innocenti e vitali.
OBBEDISCO!!!!