Corri e non resterai mai senzafiato!
C'è tanta solitudine in quell'oro. La luna delle notti non è la luna che vide il primo Adamo. I lunghi secoli della veglia umana l'hanno colmata di antico pianto. Guardala. E' il tuo specchio. (J.L.Borges)

chi sono?
"...Ella non sorrideva; ma sembrava che s'appoggiasse su ogni parola come per comunicare a ciascuna il suo proprio peso, il peso della sua potenza e della sua imperfezione e di tutto l'ignoto ch'ella portava dentro." (Thanks to A. Sperelli!)

odio...
La stupidità omnia in ogni manifestazione umana!

...e amo
I libri e l'odore della carta. Il profumo dell'aria. I colori del mondo. La bellezza nascosta.

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sabato, 28 aprile 2007

Partenze…

E così sono partita. Ho salutato un pezzo della mia vita in aeroporto, in una scena da film in cui io cercavo di trasformarmi in voce neutra fuoricampo, per evitare di impersonare l’addio strappacuore che ho sempre odiato. No, non faceva per me, non potevo sentire e alla fine me ne sono anche convinta. Sono sola con il mio bagaglio di 14 kili che viaggia verso la stiva dell’aereo. Dopo un’ora d’attesa al gate finalmente mi imbarco e prendo il volo.

Con me c’è il solito gattaccio e lo sento che miagola furioso sputando veleno come un vecchio bilioso.

Eppure sull’aereo ho guardato il pavimento di nuvole e mi sono stupita a pensare stupidamente incantata, che stavo volando su acqua allo stato gassoso, pensando al diagramma di stato dell’acqua e pensando che il cielo è più azzurro visto da sopra le nuvole. Quell’acqua mi sembrava zucchero filato e avrei voluto poterci fare una passeggiata affondandovi i piedi. Guardo fuori e penso che e' bella la terra vista da quassu' e penso che la terra vista dalla luna sembrerebbe veramente un sasso illuminato. In fase di atterraggio mi beo della vertigine della millesima dose di panico che mi assale al pensiero di finire su quei campi che da piccoli francobolli si ingigantiscono fino a divenire lande che racchiudono storie di uomini che la abitano.

…adesso sono qui, sospesa in questo mondo che ha improvvisamente accelerato attorno a me ma che s’e’ dimenticato di avvisarmi prima di partire. Sono qui e panta rei mentre io guardo come una bimbetta affacciata alla finestra...e penso che vorrei sentire le voci del mio passato e del mio presente perche' senza di loro non c'e' una storia di Luna da raccontare e senza storia Luna non puo' inventarsi un futuro semplice men che meno un futuro anteriore...

Penso che per ora è meglio non pensare, per ora lavoro, per ora cerco casa, per ora so che tra qualche ora andrò a correre …e forse allora inizierò a capire.

Per ora guardo Granata da fuori, come una bambina ai margini di una giostra che gira veloce, attendo il momento giusto per staccarmi dalla pedane e saltare sull’automobilina rossa e arancio di questa strana giostra che mi attira e mi spaventa.

E buon week end a tutti voi!


sabato, 21 aprile 2007


Toro (20 aprile - 20 maggio)

Alla radio ho ascoltato un'intervista in cui qualcuno diceva che un oracolo è "una tecnologia per allargare il campo d'ascolto". Mi sembra una buona descrizione dell'oroscopo che stai per leggere. Il suo scopo è allargare il raggio delle cose a cui devi prestare attenzione… avvertirti del fatto che hai più scelte di quante t'immagini… e autorizzarti a cambiare idea a proposito di tutto e tutti. Per riuscirci meglio, scrivi il testo di questo oracolo sul palmo della tua mano e per un po' tienila vicino all'orecchio: fulgida quintessenza mormora fulminei elogi.

TANTI AUGURI A ME!
TANTI AUGURI A ME!
TANTI AUGURI A LUNA....
TANTI AUGURI A ME!

E grazie a chi mi ha mandato sms, a chi mi ha telefonato, a chi ha mandato e-mail, a chi mi ha pensata ma non ha telefonato e anche a chi proprio non m'ha pensato e s'è clamororsamente dimenticato/a!

Per la cronaca della giornata, rimando a lunedì che non è ancora finita!

Have a nice week end!

_luna_


venerdì, 20 aprile 2007

L."Che hai? Perchè mi guardi?"

M: "..........................."

Cervello di Luna "Ecco ti sei vestita da Contessa Miseria, sta pensando che sei insopportabilmente noiosa, sta pensando che forse non vali la pena di tanto disturbo, sta pensando che non vede l'ora che tu parta per poter stare un pò da solo in pace a lavorare senza che tu gli rompa le scatole con gli orari e la tua immonda rigidità mentale..."

L: "dai..cos'hai?"

M. :Pensavo che sei sempre triste e indifferente..."

L: "Se sono indifferente non posso essere triste...i deu termini sono in contraddizione..."

Cervello di Luna "1 a 0 per M, fottuta imbecille...tana per te!...e poi abbi un pò di dignità, almeno in queste circostanze dimostra di saper tacere e rinuncia al tuo solito sarcasmo, sii umana almeno nei giorni pari!"

Espressione contrita, bocca serrata e mea culpa che come un mantra mi si perpetua nella mente mentre cammino per strada e parlo con una voce dura e fredda come acciaio! Intasco e porto a casa e mi preparo alla solita quotidiana sceneggiata da ufficio, sorriso smagliante, occhiale da segretaria anni '50, tacco e gonna...capello perfetto e morte che incombe sul cuore mentre il gattaccio lo sento che  s'affila le zanne per fregarmi.

...e in ufficio un biglietto trovato sulla mia caotica scrivania mi ricorda, se ce ne fosse ulteriormente bisogno che sono un'idiota di cosmiche dimensioni!

Ebbene Lu...che vuoi fare adesso?

Intanto ieri sera ho preparato una torta al cioccolato e pere e una ai frutti di bosco...che non si dica che non so nemmeno cucinare!

E nel frattempo inizia, ad un giorno dalla ricorrenza dell'infausto evento, l'esposizione delle mie personali atrocità, come re Mida mi ritrovo con grandi orecchio d'asino e con mani con cui vorrei poter trasformare le sensazioni in gesti d0affetto ma che sono solo paralizzate o pronte a trasformare le stesse sensazioni in cattiveria manifesta.

E come sempre a chiedere si ha paura e a chiudersi come ricci invece ci si sente tranquilli!

Che farne di me?...per ora non so e domani si vedrà!

Have a nice day!"

"Per quanto possa sembrare cinico, io sono schiavo della bellezza.

La bellezza è il colore della libertà. Trascende la realtà e la morale."

Jan Fabre da "Eleftherotipia"


giovedì, 19 aprile 2007

"Una notte il maestro fu svegliato dal pianto rotto del suo allievo. Allora gli chiese:

Perchè piangi? Hai fatto un brutto sogno?"

"No maestro"

"Hai avuto paura?"

"No maestro"

"...e allora perchè piangi?"

"Ho fatto un sogno bellissimo e piango perchè so che non si realizzerà mai!""

Ecco così finisce la mia serata cinematografica. Una vita amara e dolce...una vendetta quasi surreale.  Esteti i coreani, piccoli particolari che ti svelano la bellezza, un orecchio morbido di ragazza, due dita che vi portano indietro una piccola ciocca scura, caviglie sottile di orientale che si inerpicano così innocenti ed erotiche su tacchi di foggia occidentale. Dolore che prende la forma del ricordo sotto l'odore del fango e il sapore denso del sangue. Vendetta per capire perchè il sogno rimarrà sempre un amaro insieme di fotogrammi, di note e di ricordi troppo dolci per essere colti prima di trasformarsi in passato. Estetica pura, delizia per la mia mente, odio tangibile nutrimento del gatto che si agita sornione. E con la mente ripercorro gli spazi dilatati del film e attraverso corridoi privi di proporzioni, lunghi un eterno attimo di pensiero e di vita!

Esco dalla sala e con le cuffie mi isolo dal ricordo di tutto e dall'ombra della paura. Cammino passo a tempo di musica perchè così non penso e se nn pensos non sento e se non sento stasera a letto dormirò senza far incubi che poi, se la vedi come un porverbio zen, forse sono meglio dei sogni.Almeno gli incubi non si infrangono contro la quotidiana realtà...

Mi agito come un verme in un bozzolo incastrato ad una ragnatela. Tra una settimana parto, non so cosa ci sarà ad attendermi. Io scappo sempre di solito, quando non so che fare, quando l'amaro è troppo amaro faccio armi e bagagli e me ne vado. Sono un funambolo che apparecchia una vita nuova ogni volta che la corda comincia a vacillare sotto i suoi piedi. Sono così brava a ricominciare ogni volta che questa abilità spesso mi spaventa. Servirà andarsene?

Non lo so se serve spostare ogni volta il mio baricentro per non cadere giù da quella fune sospesa nel nulla...e anche stavolta si ricomincia, con una tacca sul mio volto che mi ricordi che cosa devo fare, con un vaucher in tasca che mi conduca lontano da me e con una valigia piena di dodici chili di vuoto...che è più facile riempire i vuoti che svuotare una valigia troppo piena di ogni emozione!

E buona giornata a tutti voi!

 


martedì, 17 aprile 2007

"...con vasche e pesciolini e tanti fiori di lillà

e tutte le ragazze che passavno di la

dicevano Oh che bella la casetta in Canadà!"

Penso che la vita non funziona mai come ce l'eravamo disegnata da piccoli. Avete presente quei bei disegni con omini dalle gambe a stecchino, una casa con un improbabilmente aguzzo tetto rosso, da cui un comignolo sputa fumo color grigio cenere. E poi c'era sempre un albero vicino alle mie casette, un albero verde ramarro con rami marroni in vista e carichi di frutta rossa non meglio identificata, amavo i ribes rossi ed ero convinta che crescessero su alberi ciclopici.  Stupidità infantile!

C'era uno steccato che si chiudeva con una porticina e un vialetto ghiaioso introduceva alla casa. Nel giardino disegnavo sempre tantissimi fiori colorati, spesso margherite, ci piazzavo sempre anche almeno due gatti e un quadrupede che, nella mia testa, era un enorme cane peloso e sbavoso, poi da mio nonno ci facevo disegnare volatili da gabbia, come oche e galline. In fondo alla staccionata c'era una specie di buco da cui facevo spuntare il famoso coniglio con la carota tra le zampe.

Panni stesi ad asciugare, una palla e un cavallo a dondolo in angolo.

Il cielo era sempre azzurro con nuvole biamche e un sole dai raggi gialli e arancio.

Ecco come me la disegnavo la vita da piccola. Semplice, non volevo nulla di speciale.

Poi cresci e aggiungi elementi da sempiterno sognatore, al quadretto patetico e infantile. Viaggi, quelli si, tanti, senza meta, per il solo gusto di andare, per la sensazione di perdersi e trovarsi di continuo. Amici con cui condividere quel disegno a pastello e i viaggi alla scoperta del resto del mondo. Un lavoro che mi permetta di vivere e che mi faccia sentire utile....e basta, non voglio altro.

Poi una mattina di inizio primavera, che però sembra estate, ti accorgi che quello era un disegno su cui hai appiccicato tante belle e vane speranze. Ti scontri contro il muro aguzzo di spilli della realtà e devi scegliere, devi decidere che farne di quella cosa che tutta aggrovigliata, ti si para davanti e che sai essere la tua vita.

Decidi di stare bene  e di mandare a monte la vita degli altri, certo ne soffriresti un pò, ma in fondo sei così dannatamente "bastarda" che ti abitueresti anche a quel piccolo pungolo e dopo un pò addirittura sparirebbe. Cosa ci guadagni....in concreto nulla ma ti regali la possibilità di credere ancora a quel disegno e di rincorrerlo e cercarlo in giro per il globo.

Oppure decidi di essere saggia, aiuti nell'estremo atto suicida ogni tua giovane e bella speranza e fai la cosa giusta per tutti gli altri. In fondo la tua vita da sola ti risulta abbastanza inutile e quindi ci guadagni una faticosissima ma vitalizia quotidiana compagnia e l'approvazione del mondo famigliare. Cosa ci perdi...ci perdi quel bel disegno e quelle belle speranze...ma come diceva la cara vecchia Ursula...

"La vita è piena di scelte difficili mia cara bambina, non te l'hanno mica mai detto!"

E mi starebbe anche bene, decido e scelgo, è difficile ma lo faccio, agisco io sulla mia vita. Se sbaglio pago, se scelgo la via giusta arrivo in Paradiso...ma quando sono gli altri a decidere per te vorresti solo urlare, poi correre per arrivare a chi si è arrogato l'innaturale diritto di decidere per te, prendergli la testa e sbatterla a terra,pestarla,calciarla e sputarci sopra perchè la bile che rivela la tua rabbia bruci sul sangue che ne esce. Allora forse saresti ugualmente fregata ma almeno non saresti più così costipata dal senso di impotenza. Magra ma sana e soprattutto umana consolazione!

...e buona giornata a tutti voi!


mercoledì, 11 aprile 2007

La morte concettuale

“Spesso gli esperimenti servono a saggiare lo sperimentatore più che il soggetto da sperimentare!”

Questo è stato il motto letto per caso un giorno che, annoiata come sempre, perfettamente impieghettata nel suo tilleur gessato dal taglio sartoriale, con gli occhiali d’acciaio che aiutavano le sue pupille stanche, ritornava dall’ennesimo convegno di genetica molecolare su un treno regionale in cui aleggiava come sempre quel persistente fetore di spugna vecchia in sedili dalla tappezzeria nuova. Quelle due scarne righe l’hanno spinta a diventare topo nella gabbia di Skinner. Una donna quasi che si impedisce di diventare donna sul serio per il solo gusto di saggiare la sua forza autodistruttrice. Anna trent’anni ancora lontani per un paio di anni anagrafici e gli ottanta presenti e già pesanti fardello di  pezzi di vita che si trascina appresso. Anna intelligente e promettente ricercatrice che rompe la noia quotidiana rendendo noia quel che il comune senso del pudore reputa orribile.

Una casa arredata con gusto che custodisce le spoglie della depravazione senza vergognarsi di fingere che tutto sia normale.

Anna rientra a casa dopo una giornata di lavoro, otto ore passate ad analizzare piastre di colture per vedere se qualcuna delle cellule tumorali che coltiva in quei magnifici aggeggi chiamati incubatori. Cellule impazzite che crescono ammonticchiate e senza organizzazione, si montano come capre in preda ad incontrollabili istinti orgiastici, senza forma e col solo scopo di espandersi, di succhiare vita da chi la vita da loro.

Anna ha guardato per otto lunghissime e immobili ore l’evolversi di quella piccola e terrificante terza guerra mondiale, l’emblema del futuro, della finale evoluzione della società, riprodotta in quella Petri di vetro sotto il suo microscopio.

Le ha curate, le ha transfettate per offrire loro nutrimento necessario ad esercitare sempre maggiore perfido spirito prevaricatore, ha eliminato i morti sul campo perchè non levassero spazio vitale alle più forti. Poi le ha messe al caldo umido dell’incubatore a trentasette gradi e a continuao a scrivere il suo pezzo sul computer. Dopo ore di autoipnotico ticchettio delle sue unghie perfettamente limate sui tasti un po’ consunti e sporchi di giornate passate a picchiarli con forza, Anna si alza e si sfila il camice, estrae un pacchettino dal frigo, un piccolo pacchettino di cartone ruvido e candido, un piccolo volume che racchiude un intento terribile e agli occhi dei più, inspiegabile. Anna ha vissuto, s’è laureata con il massimo dei voti in biotecnologie mediche, è emigrata a Boston per svolgere il suo strapagato dottorato di ricerca in una prestigiosa struttura, tutto per impedire ai protagonisti di quelle mille piccole terze guerre mondiali che si combattono nel suo incubatore, di uccidere le vite misere di piccoli uomini che ogni giorno si scannano per pochi minuti di celebrità o per attimi di illusione di ricchezza.

Anna in quel pacchettino trasposta il suo privato esperimento, perchè lei che combatte la paura della morte di un mondo già morto vuole saggiare la sua morte, viverla attimo dopo attimo, sentirne i lancinanti dolori sconfinare in orgasmi di piacere.

Alla luce fioca della lampada di carta di riso, quella che ha istigato, accompagnato e covato un centinaio di amplessi maschili autoreferenziali cui lei ha donato una bella recita, un piccolo e sugoso orifizio da usare come oggetto di giochi e nulla più, sotto quella lampada adesso Anna apre quel pacchettino.

Una siringa da 0,1 ml e una piccola happendorf di plastica con dentro incolore liquido biancastro. Con un deciso schiocco di dita Anna osserva scendere nella colonnina di soluzione fisiologica salina un piccolo pallocchetto bianco, una pallina di DNA amplificato e portatore di informazioni di guerra. Quel messaggio malefico che ha accuratamente estratto dalle sue piccole cellule killer , nate a loro volta da un frullato di adenocarcinoma broncogeno congelato a -80°C.

Nessuna smorfia, nessun rumore, nemmeno un piccolo nervo sfugge al controllo cerebrale, Anna ha i nervi perfettamente elastici capaci di resistere a qualsiasi tensione interna.

Vuole vedere cosa è la morte e allora con gesti consueti e consumati di quotidiano, tira su la soluzione salina e vede il pallocchetto mefitico entrare nella siringa, poi come se fosse acqua zuccherata, si inietta tutto nella vena del braccio  destro, perchè tanto cervello è mancino.

Solo ora si distende Anna, si abbandona ad osservare il paesaggio cittadino dalla sua finestra, quello spaccato di miseria umana. Anna immagina ora gli acidi nucleici iniettati che attaccano quelli sani delle sue cellule, sente al solo pensiero delle guerre atomiche e mortali che si è iniettata, un profondo desiderio erotico. Immagina la morte che le sta nascendo dentro e che la sta invadendo e immagina come questa si renderà manifesta alla fauna umana e a lei e nel pensare questo si masturba godendo di un privato e soddisfacente orgasmo.

Paga si addormenta con un sorriso sulle labbra e sogna di quelle cellule che stanno soccombendo sotto i messaggi tarati e malati di quel piccolo pallocchetto, che come seme di follia, sta innestando nel suo corpo sano e perfetto di giovane ricercatrice quasi trentenne.

 


sabato, 07 aprile 2007

Rientro in questo mondo in cui viaggio sospesa a mezz'aria tra i ricordi dell'età che è stata, il pungolo doloroso del tempo presente e il morboso attaccamento al baratro del sogno futuro.

Mi sveglio con gli stridii dei rondoni e i ritmi sincopati e tumultuosi del volversi delle ore di luce e di calore.Ogni foglia che respira ha un suono e io ho imparato a riconoscerli.

Corro all'alba per dissestati asfalti di campagna, avamposto abbandonato di sogni futuristi, che cede sotto la spinta dell'erba cattiva e sotto il peso delle ruote dei carretti che trasportano già gli uomini sotto le capanne di vite. Perdo il fiato tra la polvere fermata dalla pioggia recente.

Fuggo in otto km di curve per arrivare al mare. Finalmente lascio liberi gli occhi. Liberi di lacrimare per i riflessi abbaglianti dei raggi del sole sulle spume delle onde.Liberi di smarrirsi oltre un'orizzonte che non c'è perchè le brume della sera nascondono i confini. Liberi di guardare quel blu che diventa vetro trasparente quando si infrange sulle pietre e sulle mie caviglie. Liberi di chiudersi lasciando al sole il compito di asciugare gli spruzzi salati che confondono le lacrime, mentre altri raggi finalmente mi scaldano i polpastrelli.

Faccio scorta di sapore, assaggio di nuovo la ruvidezza delle foglie dell'erba di campo, quella raccolta dietro casa sul viottolo nascosto che mi conduce al limitare della collina, sotto quella fila di cipressi, a sentire il suono delle foglie delle cime che si abbandona al vento che sale lieve e forzuto dal mare ai miei piedi.

...e intanto qui tutto scorre sospeso in una bolla di eterno mondo immobile. DOve sono liberà di inseguire al buio i pensieri perchè cadere qui vuol dire avere un deltaplano di ricordi e di storia pronto a farmi alzare sospesa dal vento della bufera più nera.

...e buon week end a tutti voi!

 


lunedì, 02 aprile 2007

Seduta , da questa sedia parto e sempre su questa sedia ritorno. Dopo una qualsiasi battaglia, dopo una qualsiasi fuga, dopo tutto mi ritrovo seduta al tavolo di finto ciliegio del mio monolocale con due pareti di cartongesso.

Un bel monolocale ripulito a lustro da poche ore dopo settimane di incrostazioni di piccole desolazioni quotidiane. Il mio letto è sempre il mio specchio e come me regge una confusione  da brodo primordiale, biancheria fresca di bucato, umidiccia dei giorni di pioggia e abbandonata li a prendere le pieghe della noncuranza. Le mie decolleté dal tacco dodici sono state meticolosamente lucidate e riposte nella scatola bianca e blu, sulla valigia ai piedi del letto ci sono i resti di un giro in bici abortito a causa della pioggia di oggi, i calzoncini e il giubbino stanno mezzo arrotolati e una manica azzurra indica gli scarpini malamente infilati nel mio casco salva testa...che ci sarà poi da salvare devo ancora capirlo!

Dall’altra parte del muro il mio vicino fa una doccia, probabilmente si prepara ad uscire, è sabato sera e anche qui gli studenti hanno la loro vita. Lo so che si sta insaponando muovendo convulsamente le braccia per aria, perchè sento cadere disordinate le gocce del getto rotto della doccia. Come sempre uscirà sbattendo la porta e l’aria che sposta all’interno del suo bilocale con una sola parete in cartongesso, arriverà ad urtare anche le particelle del gesso della nostra parete e tremerà alla fine anche qualche particella dell’aria che ora sto respirando turbando per un ineffabile ma impagabile istante i miei deliri privati, invadendoli.

Odio chi sbatte le porte, ogni volta immagino di essere io quella che sbatte quella dannata porta e immagino di farlo mentre sul battente ci sono le falangi di qualcuno. Sbatto quella porta con una forza inaudita, senza urli e strepiti, solo con un abbacinante barlume d’odio e rabbia. Cecità fatta di bianco che si trasferisce alle braccia con cui mi aggrappo alla porta, senza nemmeno respirare, sbatto l’anta contro il battente. La crudeltà non ha bisogno di motivazioni valide è solo un’esigenza dello spirito, ferire fisicamente qualcuno è di per sé un atto estremamente liberatorio per chi ha il coraggio di compierlo seguendo il suo primigenio istinto da Caino.

“La guerra non si fa mai per la vittoria, ma solo per i morti!”

Ecco, vorrei fare lo stesso con le dita del mio forzato ma volutamente e reciprocamente ignorato vicino di parete. Sentire il rumore sordo del legno misto di ingranaggi di alluminio, che sbatte contro un ostacolo che si frappone misero al suo bacio con lo stipite. Vedere le dita prive del sostegno perchè le ossa hanno ceduto in frammenti, eppure so che resterebbero turgide di millilitri di sangue che affluirebbe istantaneamente sul luogo della disgrazia a sconfinare dai capillari ed invadere il tessuto muscolare e connettivo a formare un magma fraudolento di colore viola.

Questo attimo di morbose fantasie mi lascia il solito beffardo ghigno sulle labbra, sono un killer seriale perfettamente inserito nel sociale, ne sono sempre più convinta.

Mi duole la lingua, ho immolato troppe papille alla solita tazza di tè caldo. Adesso bevo camomilla alla vaniglia, io che bevo camomilla??!! Devo essere impazzita, c’è stato un momento in cui mi devo essere distratta e i miei neuroni devono essere sfuggiti al collaudato meccanismo di rilascio sinaptico dei segnali.

Sono qui seduta ad attendere una voce che non arriva e a far finta che questo non mi turbi per nulla. Sono qui seduta a pensare che forse stavolta questo bastardo di un gatto posso domarlo, vincerlo no, ma tenerlo a bada, piegarlo ad eseguire miagolii misurati solo se preceduti da un mio ordine. Forse mi illudo chissà…ma se qualcuno mi chiede che cosa sono, lo so, sono una cui hanno fatto un’isterectomia ma che ha dentro di se un feto inumano fatto di spigoli che ad ogni movimento le strappa pezzi di carne rossa e calda di sangue. Ma sono anche quella che ogni giorno, nonostante tutto, anche se si sveglia e non trova una ragione per respirare , anche se ad ogni speranza che prova ad accampare vede rotolare il suo piccolo castello i fili di paglia secca, ci prova a vivere, se non altro perchè è ancora stupidamente illusa che non ci sia troppo di meglio da fare in alternativa.

Sono qui seduta e gioco a palla con le mie sinapsi, le alleno ad essere reattive. Le immobilizzo nel nulla, spengo la luce e  lascio le vescicole che trasportano i neurotrasmettitori, li sospese nello spazio intersinaptico. Penso alle mie alternative, penso che potrei se solo volessi ma che per volere ci vuole una bella manata che distrugga quelle ultime quattro asticelle che tengono ottusamente in piedi il mio bel castello di vane speranze di abominevole e agognata vita normale.

Sono qui seduta e ormai la camomilla è fredda e i miei polpastrelli gelati non vi troveranno conforto. Sono qui seduta con le spalle così rigide della giornata che forse è il caso di adagiarle sul materasso così che possano allentare la presa. Sono qui a pensare e fuori è un ultimo sabato sera d’inverno e vorrei godermelo ma rimarrò qui, piegata a seggiola sotto il piumone a vivere le mie alternative parallele grazie ai libri e mi addormenterò soffocata dalla stanchezza perchè soffocare i singhiozzi per una voce che non arriva è faticoso…e buon sabato sera a tutti voi!