Corri e non resterai mai senzafiato!
C'è tanta solitudine in quell'oro. La luna delle notti non è la luna che vide il primo Adamo. I lunghi secoli della veglia umana l'hanno colmata di antico pianto. Guardala. E' il tuo specchio. (J.L.Borges)

chi sono?
"...Ella non sorrideva; ma sembrava che s'appoggiasse su ogni parola come per comunicare a ciascuna il suo proprio peso, il peso della sua potenza e della sua imperfezione e di tutto l'ignoto ch'ella portava dentro." (Thanks to A. Sperelli!)

odio...
La stupidità omnia in ogni manifestazione umana!

...e amo
I libri e l'odore della carta. Il profumo dell'aria. I colori del mondo. La bellezza nascosta.

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venerdì, 23 marzo 2007

 “…ma lei la amava e la aspettava, è ancora li in Russia che la aspetta…”

“Ma amico mio, cosa siamo stati se mai siamo stati qualcosa, che saremmo ora…non lo so, non lo sapremo mai…si guardi attorno, siamo nel ventunesimo secolo, ma chi pensa più a qualcun altro, chi aspetta più qualcun altro…chi si ricorda più di qualcuno, basta riflettere su questo e la vita si fa lieta e serena…”

“………io!....”

 

Non so bene quando è passato quel treno, non so nemmeno da dove + partito e dove era diretto, non so nemmeno cosa ho fatto, se sono riuscita a salire al volo sul vagone o se sono rimasta incredula e stizzita a imprecare sulla giornata sbagliata immobile sulla banchina affollata di gente che corre solitaria verso la superficie. Sono sul treno e tutto scorre sotto i miei piedi, la

So che ho preso un altro treno, il treno ad alta velocità diretto verso quello che per il resto del mondo è “la cosa giusta da fare”. Ho ucciso una bambina buttandola giù dalla porta secondaria del vagone, proprio mentre sull’altro binario stava passando un altro treno veloce e in direzione contraria. L’ho fatto senza troppa pietà, perchè il delirio di onnipotenza che nasce dalle lusinghe dei giusti ti incatena i polsi con manette di fili d’oro e braccialetti pieni di colorati e tintinnanti ciondoli., dapprima ti affascinano ma pian piano iniziano a stringerti le carni. E stringono in una morsa fatta da millimetrici e inesorabili movimenti,finché non lacerano la pelle e poi si restringono sempre di più finchè a forza di stringere non affondano nella tenera e arrendevole carne e giungono all’osso su cui si accaniscono con ancora più costrizione finchè non riescono a segare anche le spicole di calcio e poi..

Crock!

Ti lasciano allibita e intontita dal dolore, con moncherini di polsi che inquadrano uno specchio di pavimento dove giacciono quelle tue mani schizzanti sangue e liquido giallastro.

Quella bambina è morta ma il suo spirito è rimasto e incombe sulla mia nuca come un piccolo satiro demoniaco, è stata lei a far partorire il seme della follia e a impiantare il felino nel mio stomaco e se ora ogni settimana sputo sangue è per ricordarmi il dolore dell’impatto della sua piccola testolina fiduciosa sul ferro arrugginito delle rotaie. Il mio stillicidio fetido è la giusta punizione per il dolore inferto.

E poi…poi il suo spirito ogni tanto entra dalla mia nuca e si espande nel mio corpo come fango caldo che si espande nei canneti. Allora vedo nella sfera di cristallo cosa avrei potuto essere se non mi fossi macchiata il camice del sangue di quella bambina. Vedo le possibilità abbandonate e quelle che non ho il coraggio di acchiappare…come in un malvagio sliding doors vivo per pochi istanti di una linfa che tanto ormai rifugge le mie vene secche e raggrinzite.

Rossana cammina a passo incerto, sposta un piede in avanti con cui trascina di qualche decina di cm il suo corpo in avanti, poi chiude l’agonia del movimento con il piede rimasto indietro. Un essere umano sa come essere infelice, trova mille modi per ferirsi pur avendo in tasca la chiave che può fargli aprire la porta spaventosa della felicità.

Cammina Rossana e lascia che quel selciato scandisca in un tiptap asincrono la sua solitudine.

Chi la conosce vede una ragazza quasi donna, bella con un corpo piacente, un buon lavoro e tanti affetti intorno. Nessuno però riconosce quel prodigio di perfezione in quella Rossana che adesso cammina per le strade piene di gente deserta. Il cielo le rotola avanti e la terra le sfugge da sotto i piedi…corre via e spera che prima o poi la pace eterna la investa donandole una vera assenza di se.”

Potevo ma ho scelto di non potere più…adesso?Adesso sono qui e mi faccio acqua calda che si rinchiude in un piccolo cubo di plastica, qualcuno dei giusti mi ha messo in un freezer e nel passaggio di stato i legami ionici si sono allargati e ho iniziato a premere contro quelle pareti che prima mi contenevano tranquilla. E ora soffoco, le pareti mi stringono sulle scapole, cercano di appiattirmi la colonna vertebrale e le ossa del cranio, sento la pressione che cresce e prima o poi so che le mie povere ossa cederanno d schianto infilzando il sacco delle mie viscere e riducendomi ad acqua lerci e puzzolente…ma oggi è venerdì e ho visto che forse qualcuno ha lasciato un buchino li nell’angolo più alto di questo cubetto di plastica e forse da li, se trovo il coraggio di far resuscitare la bambina delle rotaie, riuscirò ad uscire un po’, in modo che la pressione mi renda solo orfana di una gamba ma mi lasci vedere un po’ di luce.

Buon week end a tutti voi.

“Io ho vissuto ogni giorno come se fosse la brutta copia…io avuto tutto e niente...né una vera casa, né una vera famiglia, né una figlia che mi somiglia come una goccia d’acqua, non mi ricordo di niete, se morissi adesso…ricorderei la ninna nanna che mi cantava mia madre da piccolo, il volto di Lisa la prima notte e le nebbie…”

 

...e poi prima di chiudere tutto e di andare a fare la tua solita gita a desperade housewife in pensione, apri l'home page de L'Internazionale per leggere un pò di sane cattive notizie, guardi dopo in fondo alla pagine e apri l'oroscopo...leggi  il tuo segno:

Toro (20 aprile - 20 maggio)


È passato troppo tempo dall’ultima volta che sei stato nel Bel Mezzo del Nulla. È tanto che te ne stai immobile al centro di un luogo ben definito. Ma adesso, Toro, hai bisogno dell’arricchente confusione del cosa?! cosmico. È ora che cominci a vagare nel fertile caos del ma che diavolo!?. Divertiti! Non dimenticare di fremere! Adesso ripeti con me, lentamente, partendo da una risatina sommessa fino a scoppiare in una risata a crepapelle: dove mi trovo e come sono arrivato qui?!

...eccheccavolo se è una congiura ditemelo che vado subito a raggiungere l'oltretomba lnciandomi in volo libero dal ponte san lorenzo!!!

Va ben...vado via che è meglio!


lunedì, 19 marzo 2007

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. “Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?” Chiede Kublai Kan.

“Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, - risponde Marco, - ma dalla linea dell’arco che esse formano.”

Kublai Kan riflette in silenzio. Poi soggiunge: “Perché mi parli delle pietre? E’ solo dell’arco che m’importa.”.

Polo risponde: “Senza pietre non c’è arco”.

Calvino, Le città invisibili

Si cammina sotto un sole opaco e polveroso e mi soffermo a leggere una scritta al neon spento mentre mi inoltro lungo i murazzi guardando il Po che scorre quasi immobile mentre delle libellule a remi rompono lo specchio fermo della corrente, in una città che non conosco ma che mi ha accolto. Perchè? Non lo so, ci sono cose che si avvertono e basta, non c'è un segnale preciso,una razionale motivazione, semplicemente avverti. Come un animale che sente che sta per rotolare la terra sotto i suoi piedi ancor prima che la scossa tettonica sia avvertita dagli uomini. Torino me l'aspettavo grigia e rigida come una regina Vittoria, austera e chiusa in un bustino di stecche di bambù. Invece mi ha preso le spalle e mi ha scosso, mi ha accarezzato coi suoi tavolini di bar  disseminati come dadi lanciati a caso nelle piazze ampie. Il Museo del cinema…io come Alice nel paese delle meraviglie, troppe cose intorno, sorrido, guardo film, mi siedo al tavolino del bar del Profondo Rosso, passo per le Notti di Cabiria, per Manhatthan, sono minuscola davanti alla gigantografia di Gilda che si sfila il guanto di seta, le locandine originali dei film sono così tante che mi confondo e mi perdo per i corridoi come se fossi in una camera degli specchi. Osservo la sciarpa rossa di Federico Fellini e cerco tracce di lui, magari è rimasto qualche capello, un po’ di forfora o magari l’odore del suo collo…mi stendo naso in su a guardare spezzoni di film e giocare con due ragazze a chi ne indovina di più…

”Gertrud”, “Le invasioni barbariche”…

”Acc..l’ho visto..aspetta..” “Eh..questo è L’Atatlante”

una di loro mi batte per due film…c’è una mostra fotografica sulla Hupper, su ogni schermo c’è un film diverso. Guardo Mastroianni e la Loren…poi c’è la Monroe che canta di amici di donne, c’è la sezione musicals in cui ogni faccia di due cubi manda in onda un musical diverso…Hair e Jesus Crist superstar…e anche il Roky Horror. Esco istupidita quasi ….ma felicissima.

Poi ripercorro quegli angoli dove ogni volta trovo un negozio di design, librerie, cioccolaterie che cercano di catturarmi coi profumi densi delle arance caramellate e delle nocciole che affogano lente nel morbido e vellutato cubetto di gianduia.

Poi ritrovo M….lo guardo e ci vedo la sua somiglianza con Marcello. Un pomeriggio a guardare stampe, Durer, Rops, Chagall, Rodin…e un bellissimo nudo di  Chahine tutto per me…così bello che al suo cospetto mi sento un elefante che tenta di nascondersi dietro uno stuzzicadenti mettendosi in punta di piedi. Fianchi incisi con una morbidezza da carezza d’amante paziente, braccia candide e tornite, sembrano fatte per abbandonarsi sul prato nell’estasi estrema del piacere, un ventre disegnato per accogliere, il volto coperto da un lenzuolo, il collo che si intravede dal tratto scuro dei riccioli sorretti un po’ da qualche forcina…e una mano molle e delicata di porcellana. Estetica pura riprodotta con la puntasecca, morbidezza nata da sapienti bagni d’acido. Sono commossa dal gesto e dalla bellezza del foglio, mi spaventa quasi la possibilità di vedere tanta purezza estetica accostata alla mia mediocrità umana.

La serata è conviviale, il gattaccio ci prova in solitaria, alla luce fioca della mia camera d’albergo, a sferrare il suo colpo fatale…ma lo fermo, mi abbandono al mondo onirico e voluttuoso del sogno proibito e mi risveglio con fiato corto, e la finestra invasa dalla luce del primo mattino, dalle prime voci di strada e dalle campane della domenica. Poi mi rituffo come un bambino che gioca a nascondersi nei cumuli di neve, nelle strade regolarmente perpendicolari di questa città. E’ bello perché ogni volta puoi decidere dove deviare e quando ritornare sulla direttrice, come piccoli voli pindarici cittadini. Le inferriate un po’ liberty mi fanno sentire la schiuma della birra pubblicizzata nelle affiches che spuntano nei negozi di stampe e di modernariato.

Torino è una città vivissima, con un suo dialetto misto, un suo stile netto e un suo tipo umano ben identificabile, ha una specie di rete culturale sotterrane, che corre sotto le linee ferrate dei tram, come draghi atteri, come animali magici che escono in superficie solo per farsi vedere e poi cambiare rotta, perché tu li segua ciecamente, fiducioso, tanto finiranno in qualche teatro, in qualche sala cinematografica, in qualche Palazzo…su qualche cupola, in qualche galleria d'arte. Dai tavolini dei bar all'aperto, delle piazze e per strada...la gente in strada ti guarda e ti saluta, al bar i tuoi vicini di tavolo ti rivolgono la parola...insomma mi ci sono sentita a casa.

 

 

 

Il gattaccio ha taciuto finchè non ha subodorato la paura che mi stringeva come chela lo stomaco, ad ogni chilometro stringeva di più, finchè non ha fatto implodere le budella facendomi sputare sangue condito di qualche rara lacrima.

Una breve pausa…un week end in una città che non dimenticherò facilmente…da cui ho succhiato un po’ di vita e a cui ho regalato un po’ di serenità e qualche sguardo felice e sorridente. Un’incisione adesso porterà con se tutto questo, la città, M., la bellezza e il dolore della bellezza vissuta e finita.

…e intanto il lunedì volge al termine…e domani è già martedì…buona settimana a tutti!


venerdì, 16 marzo 2007

Ho sognato di nuovo quel buio fuliggine che si aggrappava alla mia gola.

 

Ho sognato di nuovo quella piccola bambola di pezza, con un vestito color azzurro cielo a piccoli fiori bianchi, era li con le sue trecce lunghe che mi guardava coi suoi occhi dipinti con i pennelli. Aveva il suo solito sguardo vacuo e dalle costole usciva un batuffolo di cotone…

 

Ho sognato quella gabbia bianca, e il sibilo continuo e assordante che mi immobilizzava dal dolore…

 

Ho sognato il mio gattaccio viola a strisce rosa che canticchiava “Ehi palmipedo..ehi palmipedo…son qua…!”

 

Ho sognato quello stesso gattaccio che sbocconcellava pezzi del mio stomaco, sbavando un sugo misto di acido,sangue e bava…era denso e di un rosso così scuro che sembrava il sangue delle budella dei pesci…e puzzava…puzzava terribilmente di trielina e riluceva di innaturali colori fluo come la schiuma tensioattiva che esce dai tubi delle fogne delle città.

 

Ho sognato l’odore della mia pelle sotto la doccia che fuma e diventa sempre più calda. La mia pelle che diventa paonazza e poi vede affiorare le prime grinze delle piaghe e queste diventano violacee ad ogni goccia d’acqua incandescente che le lava…e poi piangono liquido purulento bianchiccio e maleodorante….

 

Ho sognato la mia scatola di muri scrostati, puzzolente di latrina pubblica, dove piangevo senza rumore e lacrime mentre la me dello specchio banchettava col mio corpo, spolpando avida le mie scapole-posacenere, suonando con le mie tibie sulla cassa toracica sbrindellata sotto cui però il mio cuore batteva ancora imperterrito a pompare sangue nelle vene…

 

E poi…poi mi sono svegliata, il mio pigiama inzuppato di sudore, la gola serrata dalla voce di un grido abortito prima che potesse raggiungere le corde vocali, in bocca un sapore acidulo e pezzi del pasto del gatto. Non ho respirato finchè la testa non ha ricominciato a ragionare…un minuto forse…poi mi sono alzata e ho affogato tutto in una tazza piena di due moke di caffè! Appollaiata come sempre sulla mia sedia ho bevuto il caffè…atteso che il sole sorgesse sopra i tetti della città…e contato,contato,contato…finchè un sorriso ancora mezzo imbronciato e addormentato, mi ha teso la corda per arrampicarmi sulla torre della vita.

E buon week end a tutti!

 


mercoledì, 14 marzo 2007

Essere sorridenti perchè il sole di primavera arriva anche qui nella valle e tempo un paio d'ore ti farà affiorare le efelidi sul naso!

Non essere sorridenti mentre passi davanti alle vetrine e il sole fa vedere impietosamente la tua faccia pallida, le tue mani sfatte e gli occhiali cui rivolgi un accorato grazie perchè così almeno non sei costretta a vederti mentre ti guardi!

Essere voluttuoso zucchero fuso al ricordo del buongiorno e della buonanotte!

Non essere altro che carne ossidata, carne rancida e scaduta perchè il tempo passa senza chiederti prmesso e tu a forza di corrergli appresso hai sputato ossigeno e poi pezzi biancastri di pomone e ora sputi sangue...

Essere bambini e fidarsi, perchè senti che il buio forse ha una lucina in fondo e allora il bambino si aggrappa al suo orsacchiotto e comincia a camminare fidandosi di quella piccola lucciola...

Non essere bambini e sentirsi vecchi zombie che camminano con i vestiti a brandelli appiccicati alle ossa scarnificate da chi ti doveva proteggere e invece ti ha sparato al cuore per rispedirti nella tua tomba personale.

Essere come anemoni lasciate al sole, sentire il vuoto che ti succhia via la forza e la vitalità dell'acqua e lasciarsi cadere, afflosciarsi come un burattino cui hanno tagliato i fili, e in fondo sapere che anche così hai imparato a sopravvivere...perchè checchè ti dicano, di inedia non si muore!

Non essere arrendevoli e sentire un bollore schiumoso nello stomaco, che monta fino alla gola, che entra nelle tue vene e che ti dice di correre, di ballare,di cantare,di ridere,di amare e di vivere per non lasciare al gattaccio lo spazio di muoversi ancora e ti fendere ancora le tue budella...perchè di inedia non si muore ma nemmeno si vive!

E intanto ................

AMLETO : Essere o non essere;questo é il problema:se sia più nobile d' animo sopportare gli oltraggi,i sassi e i dardi dell' iniqua fortuna,o prender l' armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli.Morire:dormire;nulla di più;e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne,é soluzione da accogliere a mani giunte.Morire,dormire,sognare forse:ma qui é l' ostacolo,quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale,ci trattiene:é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.Chi vorrebbe,se no,sopportar le frustate e gli insulti del tempo,le angherie del tiranno,il disprezzo dell' uomo borioso,le angosce del respinto amore,gli indugi della legge,l' oltracotanza dei grandi,i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri,quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale?Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca,se non fosse il timore di qualche cosa,dopo la morte,la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore,a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d' altri che non conosciamo?Così ci fa vigliacchi la coscienza;così l' incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero.E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso:e dell' azione perdono anche il nome . Basta ora...


lunedì, 12 marzo 2007

Doveva essere nella categoria novels, perchè ho delle istantanee in testa, perchè se penso a quel che dice il titolo mi vengono in mente storie di vite che ci girano intorno. Eppure e domenica mattina, alba direi, sono a casa e fuori è quasi alba, non so nemmeno che ore sono ma non importa!

Ieri in città cera vento, un vento strano e cattivo e ho pensato che non è il vento del mare. Ho pensato a quando sono a casa e scappo al porto, non importa il tempo che c'è, basta scendere dalla collina, sono più o meno 8 kilometri di tornanti e curve che attraversano campi, vigneti, piccole frazioni, propaggini rurali di paeselli popolati da contadini.

Il vento che arriva sul trabbocco dell'eramo è tutto particolare. Quella piccola costruzione di legno pensa fatiscente sull'acqua reggendosi su sottili zampe da cicogna. E' chiuso ma si riesce ad attraversare almeno la prima passerella per andare ad annusare l'aria. Vento sempre fresco, che raccoglie l'odore di terra secca dalla scarpata e in primavera quella polvere si ammorbidisce di profumo di tarassaco, di ginestre e di erba selvatica. Come un braccio il vento raccoglie nella sua cornucopia quegli odori ma poi si sofferma a raccogliere anche l'odore stagnante degli anemoni nelle pozze d'acqua salata custodita dagli scogli affioranti. Alle narici porta anche l'odore salato dell'acqua e gli spruzzi spesso fanno anche assaggiare quella schiuma odorosa. Ci passo il tempo più intenso della mia vita su quelle assi sospese.

Il mare può attendere...e mentre attende però passa,cambia, elargisce odori, pesce alle reti sospese.

Da piccola sognavo…sognavo di essere una donna uscita da “I Malavoglia”, una donna dall’ampio seno e dai fianchi imponenti, vestita con gonne lunghe nere con piccoli fiorellini bianchi e camicia bianco candido, di quelle lavate con la cenere e sbattute sui sassi dei fiumi. Sognavo una casa su uno dei promontori della costa, di muratura azzurra e gialla, con le imposte enormi in legno, che così la salsedine le avrebbe prima unte e poi corrose con il tempo. E poi avrei aperto le imposta al mattino presto per guardare il mare grigio piombo, nei giorni di tempesta avrei guardato le gocce di pioggia e mare lavare i vetri di casa e le piastrelle della veranda. I giorni di canicola avrei boccheggiato sotto il sole feroce facendomi opprimere i polmoni dalla polvere dell’aria calda, dall’odore forte di pino. Forse avrei anche avuto un uomo pescatore cui rammendare le reti…e sapeste che buoni brodetti di pesce avrei cucinato…e piatti di linguine allo scoglio. Per casa avrebbe aleggiato sempre l’odore del mare…

E io sto qui a sognare ancora quella casa, da queste montagne la anelo e anche se il mare può attendere io sento che manca ai miei occhi, ai miei polmoni, alle mie ossa e alle mie narici.

Il mare può aspettare, rimane li fermo e senza confini, per questo forse può aspettare mentre io no, io ho dei confini e non so aspettare…e cerco di trattenere il ricordo di quella linea non netta che da i confini labili di cielo e mare. Cerco di trattenere il ricordo del sale sulla pelle, quando esco dall’acqua spesso aspetto che l’acqua evapori e poi seguo le scie del sale e ogni tanto lo tocco e poi lo assaggio, annuso l’odore che ha la pelle viva bruciata dal sole e lessata dal sale…chiudo gli occhi e penso alle rughe che avrei introno agli occhi se fossi una donna di mare…penso alle mani consumate e ruvide di corde e reti…

Continuo a sognare mentre il giorno spunta dalle montagne, tra poco comincerò la mia giornata di attesa e guerra…e ogni tanto ringrazierò chi mi ha ricordato che il mare sa aspettare…e conto i giorni che mi sparano da quell’eramo e da quel trabbocco.

Buona settimana a tutti!


lunedì, 05 marzo 2007

Sono arrivata in stazione venerdì sera in perfetto orario per buttarsi subito in strada. M. è sbucata da dietro il semaforo della stazione; un metro e cinquanta centimetri scarsi di donna per forse quaranta chili di ossa,muscoli,pelle. Cappottino blu bellissimo, jeans grigi e stivali neri, dal cappotto sunta il collo di un dolcevita viola...la guardo e la trovo bellissima coi suoi mille ciappini in testa e coi suoi occhioni sempre mezzo allampanati. La abbraccio in strada e corriamo il rischio di finire sotto il fiume di macchine e di sembrare ridicole dato che io sono esattamente il suo doppio e anche solo abbracciarla vuol dire che la devo sollevare da terra come una bambina. Mille parole mi escono da dentro e anche a lei, camminiamo con il nostro solito passo svelto, quasi corre lei che deve starmi al passo con venti centimetri di gambe in meno...poi i vicoli e le stradine dietro via Galliera, un passaggio rapido di fronte al Chat Beker per vedere se c'è musica ma alla fine decidiamo di concederci un aperitivo lungo. Il rientro è stato naturalmente concitato, vino rosso e chiacchiere con M., occhi di persone che incorcio, sono avida come un assetato cui si dona l'accesso ad un pozzo di acqua cristallina. Parlo e ascolto con l'anima e guardo con l'incanto e il velo di commozione sugli occhi. Alle 23 decidiamo che basta vino e poi casa...

"Buonanotte Mà...a domani...Mà...sapessi quanto mi sei mancata!"

Un abbraccio forte che mi fa sentire la ruvidezza dei suoi capelli così grandi rispetto ai miei sottili sottili, inalo un secondo quel suo odore così caldo e vado a letto serena.

Sabato mattina...svegliarsi e realizzare che sei nella casa del tuo ex, fa un pò impressione a dire il vero, ma non me ne curo troppo, solo che ogni tanto ripenso alle volte che ho fatto caffè in quella cucina, alle volte che ho usato quello specchio, che sono entrata in quella casa...dura solo pochi istanti, sono piccoli e rapidi flashback al magnesio, abbagliano per un istante ma poi la nuvola di fumo si dissolve senza lasciare nemmo la traccia odorosa. Facciamo colazione insieme io e M., chiacchieramo mentre mangiamo biscotti con la marmellata di arance fatta dalla mamma, caffè e yogurt e chiacchiere. Poi mi vesto e decido di andare a riprendermi la città e la mia vita, esco di casa alle 10:30 a piedi in mini di jeans e lupetto nero, calze color corallo che al sole brillano quasi a far male agli occhi e stivali.

Cammino per viale della Repubblica, è tutto uguale, il solito parchetto per pensionati e cani, al posto di Alpha Centauri (negozio di moto) c'è un negozio di cartecce, la macelleria halal c'è sempre, non la posso ancora vedere perchè sono indietro ma arriva l'odore di sangue di animale e l'odore di spezie, infatti all'incrocio compare Udi...

"Ciao...."

"Ciao..."

Saluto timida, non so se mi riconosce, lui mezzo addormentato su quella sedia di plastica bianca, mi guarda di sottecchi con quella sua faccia sempre uguale, poi sembra riconoscermi e mi urla un "yhalla" quando io ho già attraversato la strada. Vedo passare un 20...quante volte da li ho corso come una disperata per prenderlo al volo, invece lo guardo sfilare in via san Donato, io oggi vado a piedi. Attraverso il ponte e finalemnte sbuco davanti a Porta Zamboni...attraverso i viali a destra il dipartimento di psicologia che a dieci cm dall'angolo diventa dipartimento di fisiopatologia, a sinistra l'edificio del dip. di Matematica e a fare da spartiacque tra via Irnerio e via Zamboni c'è l'istituto di Mineralogia. Cammino e passo davanti a tutti id ipartimenti del polo scientifico, li ho fatto esami, seguito lezioni, studiato e mangiato nei giardinetti di Agraria e in quelli di Botanica, passo davanti al vecchio Teatro Occupato. Il primo anno di università dormivo in collegio e andavo a studiare li, in mezzo a punkabbestia e cani, a ragazzi conr asta lunghissimi che leggevano llibri di estetica con lo spino tra le labbra e un cilum da preparar in mano. Ora non è più biblioteca occupata...peccato!

In Montagnola perdo quasi i sensi, al cervello arriva quell'odore che riconoscerei ovunque, è un misto di maria,fumo,polvere,sudore,caffè,birra,piscio umano e cacca di cani e sopra tutto aleggia l'odore di fritto dei due chioschi di panini con salsiccia e di piade allo stracchino. Sorrido e guardo la faunabeandomi di quel misto di persone e storie. Ad una banarella compro per 10 euro un giubbino di renna usato bellissimo. Poi salgo i gradini e mi butto in quella specie di isola di white, frikkettoni veri o presunti, antimilitarti che vendono ex divise amercane usate ai tmpi del vietnam, uomini barbuti dai denti rovinati, colori, voci, bambini piccoli che sgambettano tra le bancarelle mentre i genitori, appena usciti da Hair o reduci temporalmente fermi a Woodsotk, seduti a terra sorvegliano la bancarella, prlano di politica e fumano cilum dalle fogge strane. Un ragazzo ha una bancarella dove vende locandine e foto cinematografiche,mi fermo a guardare e lui mi invita a prendere un caffè. Finisco a berne ben due di caffè nel suo piccola Ape cross su cui la moka napoletana della nonna sforna caffè e dove c'è Urs e il suo storico padrone...parlano di storie, le loro, io rido e ascolto.

Poi girovago per la città, c'è tanta gente in giro e io mi diverto a passare nelle strade che amo, via delle Oche dove a voltarsi sembra di sentire ancora le urla sguaiate e braccia burrose e bianche delle prostitute...Decido quand asfissiarmi nella folla di via Indipendenza e quando invece rifugiarmi nelle stradine deserte del quartiere ebraico, o in via parigi...o in via albari. Piazza Santo stefano è piena di ragazzi che bevono birra Moretti e fumani, disegnano,leggono,stanno fermi in silenzio a perdere il loro sguardo in quel cielo azzurro di pomeriggio inoltrato a rincorrere chissà quali pensieri. Mi siedo anche io e guardo le 7 chiese, un ragazzo ricciolo mi guarda e mi sorride, è scuro di pelle e ha due occhi azzurri abbacinanti. Si alza mi si siede accanto e mi offre una bustina di Golden Virginia e le cartine rizla azzurre, mi rollo una cicca col il cartoncino del biglietto del treno come  filtro. Non dice niente, mi gurada un secondo mentre rollo, ci smezziano quella sigaretta in silenzio, mentre passano i Celerini in assetto da guerra che si posizionano contro una manifestazione dei centri sociali che protestano per i CPT, aspettiamo che passi il baccano e i colori finendo la cicca in silenzio e con calma, poi mi alzo e lui con me...

"Vado alla galleria TamATETE ...grazie della sigaretta!"

"Buona giornata e grazie a te!"

Poi dopo la galleria passo a salutare Yaya...in quella casa dove ho vissuto tre anni. Siamo felici di vederci, si laurea a luglio...ci abbracciamo strettissimi, come al solito mi solleva da terra e poi mi mette giù con finta aggrassività e mi dice..

"Ciao donna..zitta e fai il caffè!"

"Bruto e becero maschilista come al solito...!"

Beviamo il suo caffè arabo con le scritte in ebraico...ci guardiamo e ci raccontiamo tutto, ridiamo e scherziamo, ci prendiamo in giro tutto come è sempre stato. Dopo un'ora esco da quella che era anche casa mia e lui mi saluta dalla finestra strizzando l'occhio.

E' ora di ritornare verso casa cammino da 7 ore e 40 minuti, passo da Piazza Maggiore ed entro in Sala Borsa, cammino in mezzo ai libri e ai DVD e alle persone che sedute ovunque, leggono e ascoltano musica o navigano ...c'è il wireless ovunque in città!Rimango li dentro per un pò...poi esco e scelgo un piccolo bar dove prendere un caffè al volo, tre ragazzi Marocchini mi urtano

"Pardon..."

Sono bellissimi, capelli curati e in giacca gessata o scura...gli chiedo in inglese se mi parlano in francese, adoro sentire il francese e il loro è particolarmente dolce e scivoloso. Dopo dieci minuti li ringrazioe e mi avvioverso casa...felice, commossa, sciolta in ogni mio spigolo acuminato. Per strada piango e una ragazza mi chiede in silenzio se sto bene, le sorrido e vado avanti.

Salgo al volo su un 28, nelle mie scarpe ci sono ben 9 ore e mezza di cammino, le suole fumano ma le gambe non mi fanno male. Arrivo a casa e ceno con M....poi chiecchiere da donne, confidenze, confessioni, risate, nomi di fotografi che devo conoscere, libri di Rachid O....amore e complicità semplice. Io la guardo e spero capisca quanto m'è mancata, quanto le sono grata per tutto quel suo affetto...e poi buonanotte, che la domenica arriva veloce!


venerdì, 02 marzo 2007

Come sempre il mio monolocale è nella semioscurità completa, la donna delle tenebre mi chiamano in laboratorio, vivo nel buio, sono una da risparmio energetico, se c’è i sole mi metto il cappello e sotto la tesa del cappello non si vedono occhi ma solo un paio di occhiali neri ed enormi.

La luce alle mie spalle mi fa da caverne di luce senza che questa però mi ferisca i bastoncelli delle pupille. La tuta rossa sa ancora di truciolo polveroso di parquet e appollaiata sulla sedia scricchiolante sento le ossa del bacino che rotolano frantumando le cellule ripiene di acqua e bollicine di grassi giallognole e globose contro il finto cuscino a fiori azzurri che mi inganna circa la durezza effettiva della sedia. Mi faccio piccola piccola, scrivo con le dieci dita, mignoli compresi, che spuntano dai miei polsi a mazzetta, nell’aria l’odore di cavolfiore bollito a pranzo e come sottofondo il solito scarico incontinente. Tutto il mio corpo è rannicchiato su una sedia di circa 40 centimetri quadrati, piegata a farmi coprire da un plaid da cui spuntano le mie dita e il naso su cui gli occhiali recano un po’ di conforto alle mie pupille stanche che seguono arrancando, le lettere che compaiono sul foglio di word. Sotto la sedia le mie pantofole stanno mezze schiacciate e ribaltate. La trama della coperta porta addosso oltre ai quadri bordeaux, anche gi odori di un inverno di serate passate a cucinare, di amore, di lacrime,di solitudine,di giornate passate a guardare film, di pisolini pomeridiani e di tenerezze. Un inverno forse appena passato mi fa da custodia e io mi sento come una sorpresa degli ovetti kinder, chiusa in quelle capsule di plastica gialla che le aprivi coi molari mentre la mamma ti diceva

“Luuu smettila che rovini i denti…”

E io i denti me li sono rovinati lo stesso ma non certo per colpa delle sorprese degli ovetti Kinder. Mi soffermo per un attimo a sentire la peluria del braccio che si drizza dopo che un brivido di freddo m’h trafitto le vertebre impilate a colonna.

In testa ho ancora gli occhi azzurri della piccola Miss California, il daltonismo su cui si infrange un sogno e la sfrontatezza dell’innocenza di un paio di spessi ed enormi occhiali da vista. Una famiglia sgangherata come tutte le famiglie del mondo, dove i bambini diventano il locomotore inconsapevole di un convoglio che altrimenti non si muoverebbe di un sol metro e cadrebbe giù dai binari perdendo il carico. Anche io sono stata una piccola miss California, il locomotore del viaggio della mia famiglia.

Nella mia agenda custodisco tre foto di tanti anni fa,una è un primo piano di mio padre, sembra un attore di Cinecittà…bello col suo profilo aguzzo, i suoi zigomi sporgenti e ossuti e alti sotto gli occhi verdi con i girasoli marroni dentro e quelle piccole rughe tra gli occhi, quelle che ho pure io e che si strizzano ad aprirsi come fratture tettoniche, quando siamo preoccupati o pensierosi. Una di mia nonna…io e lei siamo uguali e spesso immagino cosa sarei adesso se lei non fosse morta diciassette anni fa. Alle volte le parlo in un dialogo soliloquio notturno e lei mi racconta le sue emozioni e le sue paure e la sua vita posandomi tutto sulla pelle e sul cuore e facendolo provare a me…sono le volte in cui più mi vergogno della mia debolezza infinita. E poi c’è l’ultima foto…ci sono io, la piccola miss California della mia famiglia. Avevo tre anni e mezzo ed era estate, mia madre aveva un vestito di garza di cotone nero e mi tiene per mano mentre corriamo sulla banchina del porto di Olbia. Eravamo andate a trovare mio padre che lavorava in Sardegna…stavano per separarsi allora. La distanza e il lavoro li stava mandando alla deriva, mia madre ha sofferto in quell’anno e lo si vede quando racconta quel viaggio, fatto con la fiducia e la paura di un ebreo che segue Mosè sul bordo del mare nell’attimo prima che si spalanchino le acque ai suoi piedi. Era la loro ultima chance e l’hanno affidata ad una bimbetta di tre anni con calzoncini a righe blu,bianche e rosse, dai sandali blu, dalla camicia bianca con il colletto tondo e merlettato, con due occhi che allora erano vispi,vitali,neri come il carbone e con una testa ricoperta da riccioli scuri e corti che cadevano sempre sulla fronte e sul collo. E la piccola miss California è scesa dal traghetto ed ha corso lungo la banchina per abbracciare le gambe lunghe e magre del papà…e poi anche i due genitori, spiazzati da tanta sfrontata gaiezza, si sono lasciati convincere a risalire sui binari e a riprendere il viaggio, abbandonando magari un po’ del carico…ma sicuramente ridevano nel seguire la miss locomotiva che rideva mentre guardava innamorata, il papà cui doveva raccontare del lungo viaggio.

Sul tavolo ci sono i resti della mia guerra col gattaccio…solitaria e quotidiana lotta che stavolta pare abbia quasi vinto...quasi, si perchè un piccolo extra me lo sono concesso...ma uno solo. L’ho fatto ribaltare dalla rabbia il felino malvagio. Gli ho messo davanti al muso un buon boccone di topo morto, gli ho fatto colare la bava dai canini, gli ho permesso di mangiarne un piccolo boccone, una zampina…e poi…ZAC...gli ho levato il bocconcino da sotto quella fogna di bocca. Ed ora è qui che continua a sbraitare…e io mi attorciglio a farmi trivella di me stessa per non lasciargli troppo spazio.

“Tanto se non è stasera è domani che mi riprendo il bocccone..e allora saranno affari tuoi!”

Non è così vecchio mio, perchè domani salirò su un treno e raggiungerò Mary a Bologna…col mio carico di fumetti e la mia musica…e tu sarai un muto ascoltato da una platea di sordi...perchè lei non ti sente, lei mi abbraccia e mi dice

“Lulu…mamma quanto tempo…come stai…io sto di mierda ma mierdamierda...PKPTT martedì c’ho esame e voglia zero di studiare…però ora che ci sei tu lo so che studio mentre tu leggi Dylan Dog e ascolti la Laurin Anderson…”

Mi attende ora la solita doccia bollente e poi spero di sedare il gattaccio, spero che chiudersi a fisarmonica stavolta mi serva solo a chiudere gli occhi per conservare in fondo alle pupille queste tre foto nascoste nella mia agenda.

…e buona notte a tutti voi!